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w Cambio guardiano
Spesso per i religiosi il mese di settembre diventa il tempo in cui, bagagli alla mano, l’obbedienza li invita a trasferirsi in un altro convento. Quest’anno “obbedienze a bizzeffe” dalle più eccellenti - i superiori dei conventi - alle più umili cioè i vari fraticelli che vanno ad amalgamare, con duttilità e semplicità francescana, le esigenze delle nuove comunità. Quest’anno ‘itineranze’ più numerose per la nascita della PISAP (Provincia Italiana Sant’Antonio di Padova) creata dall’accorpamento delle Provincie Patavina e Bolognese. Anche Brescia risente del “Settembre, andiamo. È tempo di migrare”. Dopo 8 anni come superiore della comunità, ci lascia p. Leopoldo Fior destinato alla prestigiosa basilica francescana di San Francesco a Bologna. Gli subentra come superiore della comunità p. Giancarlo Paris, già rettore dei postulanti. Al suo posto, come guida del postulato, gli subentra p. Alessandro Perissinotto. Da Roma arriveranno, per completare la nuova comunità, p. Annibale Marini e fra Demetrio Bordignon. Domenica 15 settembre messa di saluto al p. Leopoldo; seguirà un francescano rinfresco.
w FESTA S. ANTONIO 2013
Chiesa bresciana in festa per S. Antonio con un motivo in più. Quest’anno ricorrono i 750 anni del ritrovamento della lingua del Santo incorrotta. Anche la nostra comunità ha preparato un nutrito programma: preludio alla festa di S. Antonio, venerdì 7 giugno con il solenne concerto offerto dal direttore Matteo Baxiu che ha diretto la Prima e la Settima sinfonia di Beethoven ascoltate attentamente da un folto pubblico. Domenica 9 giugno i cattolici dello Sri Lanka che vivono nell’hinterland di Brescia hanno solennizzato la Messa delle 11.30 con i loro canti e cerimonie folcloristiche portando in chiesa, in forma processionale, la reliquia del Santo. La solennità del 13 giugno ha visto, fin dalle prime ore del mattino, un notevole afflusso di devoti ad Antonio per assistere alle messe, prendere il ‘pane benedetto’ da portare in famiglia e benedire i bambini. Fuori bancarelle, mercatini, via vai di gente e curiosi. Alle 18.30 solenne pontificale del vescovo emerito di Lanciano-Ortona Mons. Carlo Ghidelli, nato ad Offanengo. Nell’omelia ha descritto Antonio come santo semplice, ma nel contempo, straordinario. Da buon biblista dalle letture della liturgia della Parola della solennità ha fotografato la vera identità di Antonio legato alla lettura profonda delle Sacre Scritture con la conseguenza di essere un predicatore ascoltato ai suoi tempi ed ai nostri mediante i suoi scritti sempre attuali. Dalla seconda lettura, che elenca i carismi che caratterizzano il cristiano, emerge la caratteristica di Antonio interprete della Parola di Dio con al centro Cristo che Antonio tiene in braccio per indicare la via della semplicità. Antonio ha fatto tanti miracoli, ma i più importanti sono state le guarigioni interiori. È importante pregare Antonio perché ci guarisca spiritualmente dato che talvolta siamo lontani, insensibili a Dio. Tre pregevoli caratteristiche ricavate dalle letture che ci narrano il vero senso della vita di Antonio.
w Fra Giacomo protettore e patrono dei calzolai
Sul lago di Caccamo c’è una bottega di calzolaio dove il Signor Tarcisio ha lavorato per circa ottanta anni… A chi trasmettere la propria “arte”? Ecco che quest’estate due giovani frati francescani – Fra Andrea e Fra Antonio – hanno trascorso due settimane con lui imparando il suo mestiere. Oggi, infatti, diventa difficile trovare buoni sandali di cuoio… e costano caro! Allora questi due frati, nel tempo libero, li fabbricheranno per i loro confratelli e le loro sorelle francescane, in un piccolo laboratorio privato – cioè non commerciale – presso il santuarietto della Madonna della Quercia a Marano Equo (Tivoli) ed il piccolo laboratorio sarà affidato alla protezione particolare di Fra Giacomo = patrono dei calzolai! Suor Maria Elisabetta Patrizi 11/10/2012
w Pellegrinaggio a Corticelle
Sabato 22 SETTEMBRE 2012, abbiamo rivissuto l'annuale pellegrinaggio a piedi a CORTICELLE PIEVE ricordando il Servo di Dio, Fra Giacomo Bulgaro. Partiti dal sagrato della chiesa di San Francesco alle ore 6.30, dopo il pranzo al sacco abbiamo celebrato la Santa Messa alle ore 14.30 presso il santuario di Santa Maria della Formigola.Una sessantina di persone hanno vissuto questo momento di preghiera riflessione che ha caratterizzato il pellegrinaggio.
w Celebrazione ricordando Fra Giacomo
Domenica 29 gennaio abbiamo ricordato i 45 anni dalla morte del Servo di Dio, fra Giacomo Bulgaro, Il 27 gennaio ricorreva la morte del santo frate, ma nello stesso giorno si celebrava la festa di Santa Angela Merici, compatrona della città di Brescia. Per non sovrapporre le due celebrazioni, il ricordo di Fra Giacomo è stato celebrato domenica 29 gennaio alle ore 18.30 durante la Santa Messa concelebrata e presieduta da Don Amerigo Barbieri, parroco di San Giovanni Evangelista in Brescia. In questa parrocchia Giacomo Bulgaro visse le sue esperienze religiose concretizzate con l'aiuto dei sacerdoti di quella chiesa fino al suo ingresso in convento avvenuto il 31 dicembre 1928. Alla fine dell’omelia Don Amerigo si chiedeva che cosa sarebbe potuto uscire da un rione come il Carmine, e, rispondeva che dal Carmine erano usciti tre servi di Dio: Paolo VI, Don Zuaboni e Fra Giacomo: un bel tesoro religioso.
w Il calzolaio di Dio di Massimo Trifirò
1.La pieve. La nebbiolina grigiastra che si era addensata durante la notte adesso, soltanto a mattino avanzato, stava per sollevarsi dal suolo definitivamente, quasi fosse un sipario che, pian piano per non svelare il suo mistero tutto in una volta, volesse mostrare la lucentezza del mondo agli occhi stupiti e alla mente commossa di quell’uomo magro di trentaquattro anni, il quale si aggirava barcollando per la campagna, vacillante e con le pupille sbarrate, come se fosse stato colpito da una folgore, da una rivelazione insostenibile, dalla potenza infinita di una grazia particolare. Giacomo Bulgaro si fermò per un attimo a recuperare il respiro dopo la corsa affannosa lungo il sentiero che portava dalla casupola della sua vecchia zia alla Pieve isolata, dedicata a Santa Maria Nascente, ma che tutti, lì nella frazione di Corticelle nella bassa bresciana, chiamavano della Formigola. “Caffè…” allora pensò. Quando un semplice essere umano, una creatura impreparata e indifesa, si trova all’improvviso a cospetto, a confronto, con il Mistero, con qualcosa che lo trascende e i cui confini sfuggono all’analisi del suo povero intelletto da persona qualsiasi, non è raro che, per non impazzire, cerchi allora dentro di sé una difesa, un appiglio qualunque con la realtà quotidiana, ed è allora che magari mette a fuoco un ricordo lontano, o il sapore di un cibo assaggiato da poco, o un progetto da portare a termine e lasciato per il momento a metà. Provenendo quella mattina dalla sua casa di Brescia per fare visita alla zia Caterina, Giacomo aveva bevuto una scodella di caffè che l’anziana parente gli aveva offerto, e appunto ora quell’aroma, quel gusto, gli ritornavano in bocca e nelle narici, quasi a volergli indicare che la concretezza delle cose del mondo era tutt’altra, e che forse ciò che poco prima aveva visto poteva anche essere soltanto un’illusione, una sorta di rimorso di coscienza fattosi imprevedibilmente allucinazione maligna, ispirata da Satana, per punirlo della vita dissipata degli ultimi tempi, dei peccati che aveva accumulato, dell’irrisione con la quale aveva abbandonato l’esistenza di fede dei primi anni della giovinezza. “Dio mio, allontana da me la tentazione del Maligno…”. Il giovane uomo dal viso lungo si prese la testa tra le mani ed iniziò a dondolarsi avanti e indietro, totalmente in preda all’angoscia. Da ragazzo, era cresciuto in una famiglia timorata di Dio, dalla quale perfino il pensiero del Male era stato bandito. Poi però, scomparsi i genitori a distanza di poco l’uno dall’altro, era rimasto affascinato dalle cattive frequentazioni, dall’intimità con donne di malaffare, dall’abbagliamento del piacere facile ed esente da responsabilità. E allora il gorgo delle passioni gli si era spalancato davanti e lui, inabissandosi leggero, pur tormentandosi in continuazione, aveva alla fine completamente accettato la fulgida bellezza del peccato, rifiutandosi di percorrere ancora il sentiero spinoso del retto vivere, quello che è illuminato da una insostenibile luce soltanto in prossimità del traguardo. “Eppure era reale, mi ha parlato, mi ha sfiorato le vesti con le sue dita candide…”. Con stupore e un po’ di vergogna, Giacomo Bulgaro avvertì scivolargli una lacrima lungo la guancia. No, ciò a cui poco prima, in casa della zia, aveva assistito non era un’immagine diabolica, qualcosa che era stato partorito dal fetido ventre di un demone per sedurlo ancora di più, e per avviarlo definitivamente lungo la strada maestra della dannazione. “Era lei…Era davvero la Madre…”. Vergine madre, figlia del tuo figlio,/Umile ed alta più che creatura,/Termine fisso d’etterno consiglio,/Tu se’ colei che l’umana natura/Nobilitasti sì ‘l suo fattore/non disdegnò di farsi sua fattura… Nella sterminata campagna all’intorno, un uccello fece udire il suo canto stridulo e si levò poi in volo con battito d’ali stanco, riempiendo della sua sagoma slanciata l’azzurro sbiadito del cielo invernale. L’uomo lo guardò e tossì per il freddo, in quel mattino dell’otto dicembre del 1913. Avere fede, poi si disse, si convinse, si propose. Tornare a farlo, contro il mondo che seduce, a dispetto delle sue lusinghe, in dispregio alla musica melodiosa dell’errore che facilmente sapeva incantare l’anima. Credere perciò irragionevolmente, da ingenui, da zotici, da evangelici poveri di spirito, da mentecatti, da pazzi di Dio, da idioti come il principe di quel libro russo del quale gli aveva parlato una volta il suo parroco. Credere anche in antitesi alla ragione, perché quando si aveva a che fare con la potestà dell’Altissimo era molto meno ingenuo prestare cieca fiducia nel palesarsi dell’impossibile che perdersi nei meandri ingannevoli dei sottili ragionamenti umani, che presumevano sempre di bastare a sé stessi, di spiegare ogni cosa essendo concepiti da un niente che a malapena respira, e che a stento sa intessere un fragile pensiero di troppo facile scetticismo. “La Santa Vergine…”. Era proprio la Madonna che si era resa visibile nella stanza a pianterreno della sua poverissima zia, quando lui già quasi se ne stava andando e la parente, piangendo e raccomandandogli di comportarsi da uomo perbene, aveva levato le dita scarne per benedirlo. L’apparizione sempre più ora gli pareva fosse stata reale, concreta, tangibile, consolante più di qualsiasi altra proposta di bene e di felicità avesse accolto negli anni bui della sua vita falsamente allegra di peccatore. “Un segno…” allora Giacomo annuì consapevole, riprendendo a camminare, a sbandare, a sentirsi schiacciato, travolto, da quella rivelazione “Un comando, un invito, una preghiera, perché io torni ad essere cristiano com’ero una volta, e restare poi tale per sempre, per sempre…”. Lentamente, con il passo stanco del vinto, con lo spirito esaltato del vincitore, varcò allora la soglia della Pieve di Santa Maria Nascente, mentre la sua mente era troppo confusa perché si sentisse attratto dalla disadorna maestà delle navate, dall’affresco sopra l’altare maggiore racchiuso in una cornice di marmo rosa, dal grande organo che campeggiava sull’ambiente gelido e completamente deserto. L’uomo non guardò, non pensò più a niente, tutto compreso della Grazia che, dopo un’attesa di anni, di nuovo ricominciava a colargli calda nell’anima. Poi si inginocchiò e calò le palpebre, proprio in faccia al vasto altare barocco. E fu allora che il Bene si ripeté e si moltiplicò, che l’Infinito gli spalancò ancora di fronte le sue porte di luce, che il Mistero si fece carne e sangue, che il Figlio gli apparve dopo la Madre. Un suono dolcissimo che proveniva da un Altrove gli fece spalancare gli occhi. E a quel punto vide, ammirò trasognato per la seconda volta, fu nuovamente lacerato dall’Onnipotenza. Una figura gli si materializzò accanto, senza profferire parola, senza pronunciare un solo rimprovero per la sua vita dissipata, ma guardandolo invece con amore intenso, con tenerezza, con infinita misericordia. Quindi, tendendo le braccia, lo sollevò e lo accarezzò con il tocco leggero del Padre per un figlio smarrito, mentre a Giacomo colavano copiose le lacrime, le acque del lavacro dalla colpa, il bagno sacro che gli avrebbe purificato il cuore dalle impurità. “Domine, non sum dignus…” quindi il giovane ripeté le sole parole latine che conosceva. Ma l’apparizione si limitò a sorridergli benigna, a coprirlo con il suo manto, e a stringerselo al petto. Era stato accolto, era stato perdonato, era stato definitivamente consacrato. “Un semplice artigiano da niente…” però di nuovo il penitente si vergognò “Sono un ciabattino, Signore. Come posso renderTi grazia, propagandare il Tuo nome, glorificarTi per come è giusto che sia? Io non so nulla, non valgo nulla, non conto nulla…Sono solo un povero calzolaio ignorante, Gesù…”. L’uomo rimase quindi per un momento in attesa. Ma non ebbe risposta. E quando, dopo un tempo misurabile in eternità, la visione si staccò da lui con levità e pian piano si allontanò, vide con maggiore attenzione che era avvolta da una veste di tela grezza, che calzava sandali da popolano, e che aveva le dita contorte e ferite di chi ha lavorato e penato, di chi ha aiutato il Suo padre terreno nell’umile e faticoso mestiere di falegname. 2. La normalità. In tempi di perpetuo affanno e di insaziabilità come i nostri, il giovane che visse quell’esperienza straordinaria in una solitaria chiesetta di campagna della pianura bresciana potrà sempre essere citato a testimone della concreta possibilità per ognuno della conversione ad una retta vita, dell’accoglimento sereno del trascendente, e della felicità di un’esistenza che, accettando dentro di sé il Tutto, comprende allora che il resto, le vane tentazioni e gli orgogli di questo mondo, in confronto non rappresentano niente. Egli fu un peccatore, che si avviò sulla via della santità. Egli fu un calzolaio, che divenne grande umiliandosi ai piedi di Dio. Egli fu un semplice uomo, perfetto nella sua assoluta normalità. Giacomo Bulgaro nacque il 29 gennaio 1879 a Corticelle Pieve, una piccola frazione nel comune di Dello, in provincia di Brescia. La sua famiglia, composta dai genitori, tre sorelle, un fratello più piccolo e il nonno paterno, era poverissima e a malapena si sosteneva con lo scarno ricavato del lavoro dei campi del padre, anche se, come Giacomo scriverà successivamente nel suo Diario Spirituale, era percepita dal ragazzo come “il giardino di ogni virtù”. In quell’ambito contadino di fine Ottocento, giorno per giorno, si viveva infatti la tranquillità di una consapevole esistenza di fede, per la quale ai figli venivano insegnate le preghiere da piccoli, il nonno li accompagnava per mano alle funzioni religiose, e la sera una dura giornata di lavoro mal ricompensato si concludeva comunque con l’immancabile snocciolare tra le tozze dita dei grani del Rosario. Avendo dimostrato buona volontà e una viva intelligenza, Giacomo riuscì a frequentare almeno gli studi elementari, perfino integrati, nonostante gli scarsissimi mezzi a disposizione, con donativi all’insegnante di prodotti della terra, pur di permettergli di continuare ad istruirsi. Intorno agli undici anni, la situazione economica dei suoi si era fatta però così precaria da indurli ad emigrare a Brescia, città nella quale, al tempo, cominciava già a prospettarsi la possibilità di un’assunzione nell’industria siderurgica, sicuramente meglio retribuita per potere sfamare a sufficienza le bocche fameliche di cinque figli che stavano crescendo. Il tenore di vita della famiglia per qualche anno mutò infatti in meglio, anche se il destino, già dal 1892, decretò che il padre dovesse morire all’improvviso, abbandonando sulle pur forti braccia della sola mamma Orsola il gravoso fardello della quadratura di un bilancio dal quale era ormai stata cancellata l’unica entrata sicura. Necessariamente allora i ragazzi più grandi si videro costretti ad avviarsi al lavoro per potersi mantenere da soli, e lo stesso Giacomo si impiegò quindi come apprendista in una bottega di calzolaio, dignitoso mestiere che in seguito onorerà finché visse. Raggiunta questa nuova stabilizzazione familiare, la sorte volle però che, nel 1898, a soli sei anni da quella del padre, la morte sottraesse all’affetto dei giovani anche la madre, tanto che il fratello più piccolo, Giovanni, dovette poi essere accolto in un orfanotrofio. Due sorelle si erano intanto sposate, mentre Giacomo e Maria, l’ultima sorella, rimanevano a quel punto da soli nella casa patriarcale. Fu proprio in quell’epoca che, stando a quanto lui stesso in seguito racconterà, iniziò il periodo moralmente oscuro di Bulgaro, che prese avvio dalla sua nuova collocazione lavorativa presso la bottega di calzolaio di un suo coetaneo. Era costui “un lupo camuffato da agnello”, secondo il giudizio del suo lavorante, ovvero un superficiale che l’esistenza intendeva godersela a fondo non badando al minimo scrupolo, che non aveva alcuna temperanza di espressione né di comportamento, abbandonandosi anzi, spesso e volentieri, al linguaggio lascivo, e frequentando bettole, cattive compagnie, e donne che erano “allegre” soltanto per ipocrita definizione tradizionale. Niente di irrimediabilmente diabolico in tutto questo, verrebbe da dire, specie in confronto al turbine di cupidigie mortifere alle quali sono esposti i giovani d’oggi, ma certamente per Giacomo, avvezzo da sempre ad una rigida educazione di impronta cristiana, un simile stile di vita dissennata rappresentò allora lo spalancarsi improvviso di un abisso di tentazioni irresistibili, un baratro di peccato nel quale desiderò con molto entusiasmo di sprofondare e annullarsi. Conobbe infatti qualche donna di dubbia cristallinità, rinunciò con un’alzata di spalle alle sacre funzioni, non frequentò più i Sacramenti, divenne rapidamente abulico, irritabile senza ragione, poco attento al lavoro, insofferente nei confronti della sorella e del piccolo Giovanni, e in definitiva mutò completamente carattere rispetto a quanto era stato in precedenza. Una tale fase di decadenza morale e fisica, tra eccitazioni e pentimenti, tra oscurità e sprazzi di luce sempre più tenui, si protrasse dai venticinque anni almeno per altri nove, quando però i semi di grazia piantati in gioventù nella profondità della buona terra finalmente ricominciarono a rifiorire e a dare frutto. Giacomo Bulgaro in quel periodo, pur ancora immerso completamente in quell’esistenza sconsiderata e priva di autentico senso, si trovò dunque a lottare, a lacerarsi intimamente, tra le accattivanti lusinghe, che aveva sperimentato e che gli avevano impresso nello spirito segni incancellabili, e un sempre più montante desiderio spasmodico di riscattarsi, di recuperare appieno le proprie radici, e di non essere quindi più colui che diceva di sé “avevo già trentaquattro anni, e la mia vita era un nulla”. Tentò allora perfino di sposarsi, di unirsi ad una donna onesta che, con il suo affetto, lo riconducesse sul giusto sentiero, lo inducesse a formare un famiglia normale, ma l’esperienza del fidanzamento fallì per reciproca incomprensione. Finché, l’otto dicembre del 1913, festa dell’Immacolata Concezione, si verificò l’episodio delle apparizioni che fu determinante per la sua conversione. Sulle circostanze precise in cui si verificò non c’è piena concordanza. A distanza di molto tempo, quando la memoria poteva anche essersi un po’ appannata, Bulgaro lo rievocherà nel suo Diario come accaduto esclusivamente nella casa della vecchia zia Caterina, mentre testimonianze, e una tradizione ormai consolidata, attestano con sicurezza che si verificò invece in due tempi, prima dalla parente e successivamente nella Pieve di Santa Maria Nascente, detta della Formigola, una chiesetta spersa nella campagna, ma comunque, attraverso un sentierino, raggiungibile dalla casa in pochissimi minuti. In ogni modo, questi erano e restano particolari trascurabili, rispetto almeno all’eccezionalità dell’evento ed alla determinazione che, da allora in poi, al termine della lunga parentesi di vita peccaminosa, condurrà Giacomo ad affidarsi all’Onnipotente “con tutta la mente, con tutto il mio cuore, con tutto me stesso” per consacrare tutti i propri istanti a “fare ciò che mi ispirerai”. Tornato a Brescia già nel pomeriggio di quello stesso giorno, Bulgaro iniziò allora subito a comportarsi secondo i dettami della propria rinnovata esistenza. La mattina presto, prima di aprire bottega, si raccoglieva infatti in preghiera per ben tre ore nella chiesa di San Giovanni, e la sera, alla chiusura dell’attività quotidiana, non mancava mai di partecipare al Vespro, trattenendosi poi fino almeno al momento della cena. Inoltre sopportava lunghe penitenze espiatorie, rinnovava con impegno la sua antica presenza alla catechesi, e si dedicava con trascinante entusiasmo alla carità nei confronti dei poveri, che in seguito resterà uno dei capisaldi inamovibili del suo modo di essere. Intanto si era verificato lo sconquasso della Grande Guerra, alla quale Giacomo, piuttosto esile di costituzione, partecipò solo nelle retrovie in funzione di inserviente presso la Croce Rossa, non mancando però di cogliere così l’occasione per soccorrere i feriti e i moribondi. Concluso il conflitto, e ripreso immediatamente il mestiere di calzolaio per sostenersi, Bulgaro continuò poi la propria indefessa attività a favore dei diseredati, prestando servizio alla mensa parrocchiale, e dando vita in casa propria ad una scuola di catechismo per i giovani del quartiere. A quel punto era ormai definitivamente diventato un uomo nuovo, ripulito dalla colpa, beatificato dalla Grazia. Qualcuno cioè di molto diverso da colui che, fino a pochi mesi prima, non riusciva più a decifrare un qualsiasi significato accettabile nella propria collocazione nel mondo. Giacomo si era insomma trasformato in chi adesso si riteneva ormai pronto per compiere un ulteriore passo verso la redenzione, quello definitivo e non più rinnegabile che l’avrebbe condotto al sacerdozio. Per superare le ultime titubanze, gli inevitabili attriti esistenziali, gli fu allora molto utile la frequentazione di illustri esponenti del mondo cattolico e della fede vissuta, come don Giovanni Battista Zuaboni, e soprattutto i due Montini, Giorgio e suo figlio Giovanni Battista, il futuro pontefice Paolo VI. E’ l’ultimo giorno dell’anno 1928 quando Giacomo Bulgaro entra nel convento di San Francesco di Brescia. Soltanto da pochissimo tempo, per la precisione dal 28 di ottobre, i francescani ne avevano di nuovo preso possesso, dopo che l’invasore Napoleone Bonaparte, in nome della lotta all’”oscurantismo religioso”, li aveva depredati e scacciati nel 1797. Da allora, la vita del bresciano percorse poi sentieri di assoluta quotidianità, fatta di lavoro e di intensa preghiera, di obbedienza e totale rispetto per il sacro voto di povertà. La sua fu dunque un’esistenza che, all’apparenza, non presentava nulla di eccezionale o eclatante, ma che si dimostrò in ultimo straordinaria in ragione proprio dell’intensità con la quale Bulgaro onorò la sua scelta, in completo abbandono alla volontà dell’Altissimo, nella inflessibile coerenza con l’oscuro ruolo che aveva ritagliato per sé, secondo l’intento per il quale solo Gesù doveva essere “la mia vita, il mio gaudio, la mia consolazione, la mia delizia, la mia allegrezza, il mio conforto, il mio sostegno, il mio paradiso, il mio sommo bene, il mio tutto”, costantemente accettato in francescana allegrezza ed umiltà. Ciò che quel frate fu non si sostanzia perciò in qualcosa che è possibile dipingere con i colori squillanti dell’eroismo o della grandiosità. Egli continuò invece ad essere sempre e soltanto un uomo tra gli uomini, un credente tra i credenti, un caritatevole tra i molti che esercitavano la carità, un calzolaio che, anche con il saio addosso, insisteva ad esercitare diligentemente il proprio tradizionale mestiere a vantaggio dei confratelli. La particolarità che lo distinse può allora essere identificata nella profondità ed esclusività con le quali accettò di essere uomo di Dio, mentre occupava il suo posticino in ombra nella portineria del convento, mentre obbediva all’istante ai superiori, mentre saliva ogni giorno cento volte le scale a fatica per compiere il proprio dovere, mentre in ogni occasione abbandonava volentieri ciò che stava facendo per rispondere alla chiamata di soccorso di un povero, mentre faceva ciò che a tutti è possibile fare, basta che lo si voglia, basta che non lo si disprezzi, basta che non si creda che ci possa sminuire. Giacomo fu dunque, per così dire, ordinariamente straordinario, ponendosi quindi oggettivamente come esempio, come termine di paragone, come speranza, per chiunque, anche se privo di particolari qualità, intenda vivere per davvero la propria coerenza alla fede, e magari imboccare a piccoli passi il sentiero della perfezione. Suoi maestri spirituali, in questa comunque difficile scelta di vita, furono particolarmente tre persone. La prima era lo spagnolo Dionisio Vicente Ramos, approdato al convento di Brescia il 13 aprile del 1930. Bulgaro, che a quel tempo era già novizio da sedici mesi, trovò allora in quell’uomo retto, giusto, laborioso, e coltissimo, un confidente, e perfino un amico al quale potersi appoggiare. Finché, dichiarata la propria professione temporanea il 23 agosto del 1931 durante la S. Messa delle sette del mattino, e trascorso un altro anno, il 20 agosto del ’32 padre Vicente, gravemente infermo agli occhi, fu però richiamato nella sua terra di Spagna. Nella quale in seguito, il 31 luglio del 1936, a guerra civile in corso e accusato semplicemente “d’essere frate”, venne fucilato a Els Tres Pins dai “rivoluzionari”, che lo lasciarono poi agonizzante per tre ore e insepolto per tre giorni. Papa Giovanni Paolo II lo proclamerà beato l’11 marzo 2001. La seconda figura di riferimento fu invece quella di don Angelo Nazzari, il quale, dal 1905 e per ventitre lunghi anni, ricoprì il ruolo di rettore della chiesa di San Francesco, dedicandosi anche ininterrottamente al restauro delle strutture e degli affreschi, dopo il secolare abbandono napoleonico. Avvicinatosi fin dal 1925 a don Angelo, Giacomo accetterà poi da lui l’invito ad iscriversi al Terz’ordine francescano laico sotto la guida di Giorgio Montini, e lo individuerà quindi come suo confessore. Sarà poi proprio lo stesso Nazzari che, raccolta la volontà di Bulgaro di prendere i voti, lo presenterà al Ministro Generale dei Francescani in visita in città, nel luogo appartato di un breve passaggio che dalla chiesa portava ad un chiostrino, lo stesso nel quale è ora collocata la tomba di Giacomo. Era domenica 28 ottobre 1928, e l’importante personaggio nutriva più di una perplessità che si potesse rivestire dell’abito sacro qualcuno che aveva allora già quarantanove anni compiuti, anche se alla fine, sorridendo, accondiscese volentieri a quel desiderio. “Era una giornata melanconica e uggiosa” rammenterà il frate anni dopo “ma il mio cuore era in pieno gaudio”. Da allora, Bulgaro mantenne la propria fedeltà agli intenti espressi in quella circostanza per ben trentanove anni (“devo perdere tutto se voglio avere la vita. Disprezzerò tutto e così mi unirò a Te”). Il terzo personaggio è il già citato don Giovanni Battista Zuaboni, che, a seguito delle apparizioni miracolose e della conversione del giorno dell’Immacolata del ’13, Giacomo frequenterà almeno per dodici anni nella chiesa di San Giovanni Evangelista, nella quale Zuaboni era curato, confidandosi e pregando con lui, come si è detto, per molte ore ogni giorno. L’importanza del parroco fu dunque per lo meno quella di essere stato il primo ad accogliere la “pecorella smarrita” dopo il suo periodo oscuro e peccaminoso, e di averla poi aiutata ad indirizzarsi, pur nella sua modestia e parsimonia di parole, lungo una direttrice sicura. Per fare intendere appieno quel grado di intensità, al quale si è già accennato, in un’esistenza che in sé era fatta di niente anche se riluceva della pienezza del Tutto, non ci si può affidare al resoconto di avvenimenti importanti che non si verificarono affatto, ma soltanto alle testimonianze, e agli scritti, che fanno trasparire la qualità di uno spirito che visse, da religioso, in un cantuccio del mondo, intessendo la propria sostanza apparentemente soltanto di ombra. La vita di Giacomo Bulgaro fu dunque una somma di piccole cose dal grande valore, che soltanto la viva memoria di chi le ha condivise con lui può perciò rendere appieno, e non certo le pagine dei libri di Storia, che si occupano sempre e soltanto della vanità dei grandi mali più che della modestia dei grandi beni. Portinaio, calzolaio, inserviente, uomo tuttofare, addetto alla mensa dei diseredati, povero anch’egli (“Signore, com’è felice il tuo poverello” scriverà, anche se “è misero di tutto, non ha nemmeno di che coprire la sua nudità”), Giacomo operò dunque sempre nel convento di San Francesco in Brescia, dopo esservi approdato il giorno di San Silvestro del 1931. Era questo un luogo che si era deciso di costruire nel 1254 “in circuitu civitatis Brixiae, post burgum Sancti Nazarii”, dopo che una presenza di francescani si era attestata in città fin dal 1220 presso la chiesa di San Giorgio Martire. I lavori di edificazione si erano sostanzialmente conclusi nel 1265, con l’aggiunta del campanile alla fine del secolo XIII, e la decorazione “a fresco” delle pareti nel corso del Trecento. Nel 1400, per opera principalmente del frate Francesco “Sanson” Senni, la chiesa del convento si arricchì poi del coro ligneo, delle cappelle laterali, degli altari marmorei, e della sacrestia intarsiata da Filippo Morari da Soresina. Snaturata un po’ nel Seicento la struttura originaria da pesanti sovrapposizioni barocche, come spesso è purtroppo avvenuto un po’ dovunque, il monastero, come si è ricordato, venne poi forzatamente abbandonato nel 1797 per imposizione dei fautori della Dea Ragione, la sanguinaria divinità che non tollerava nient’altro di sacro al di fuori di sé stessa. Riaperta la chiesa al culto nel 1808, con Napoleone impegnato in ben altre faccende per poterlo ancora impedire con la forza, e superate le vicende guerresche di fine Ottocento, con l’uso dei luoghi sacri addirittura come deposito militare, il convento tornò quindi definitivamente sotto la giurisdizione francescana a Novecento avanzato, proprio qualche mese prima che Bulgaro vi ponesse piede. Questi dunque i luoghi nei quali il fraticello trascorse gran parte della sua vita. In quanto poi agli aneddoti, essi, pur se disorganici e probabilmente disordinati secondo un’attenta cronologia, appaiono comunque significativi ed indispensabili per cogliere la spiritualità di Giacomo e illustrarne la figura morale. Nel suo Diario, nel 1948, racconterà che, appena indossato il saio, “la mia natura sentiva ripugnanza verso gli ordini dei superiori”, ma che alla fine si decise a compiere un attento esame di coscienza e a chiedersi “Ascoltami. Perché sei entrato in convento? Per fare ciò che vuoi tu? Vergognati e non parliamone più”. Da allora, tra le sue molte virtù, fra’ Giacomo spiccò infatti per assoluta fedeltà alla regola dell’obbedienza, che usava interpretare alla lettera come la “via più breve per la santità”, spesso però fino al punto di apparire teneramente imbarazzante perfino per coloro che quegli ordini gli avevano impartito. A questo proposito, resta ad esempio memorabile la serenità, mai venata dal minimo accenno di protesta o di insofferenza, con la quale, per soddisfare ad una richiesta, ad una chiamata, ad una disposizione, ligio ad un comando o al trillo della campanella, saliva decine di volte le scale del convento ogni giorno, nonostante contassero ben quattro faticosissime rampe e il frate, all’epoca, andasse sempre più facendosi vecchio e privo di energie. Un’altra volta, richiesto dal superiore padre Carlo Varotto se, ad ora tarda e quasi sul punto di infilarsi nel letto, sarebbe stato invece disposto a partire immediatamente per Roma, e per giunta a piedi, con gioia rispose in modo affermativo senza minimamente badare alla stanchezza, e già stava per avviarsi quando lo dovettero trattenere e rivelargli che il padre stava invece scherzando. In un’ulteriore occasione, comandato di attendere in portineria un politico in visita, il quale però non si degnò poi di farsi vivo (i politici credono sempre che sia un loro diritto il potersi dimostrare cialtroni), lo dovettero in seguito recuperare a notte avanzata che ancora si aggirava pregando per l’atrio, seraficamente attendendo senza alterarsi i comodi dell’importante ma presuntuoso personaggio. Non trascurabili furono poi le sue facoltà di profezia, in apparenza non eclatanti ma certamente significative, come quando assicurò ad un parente la guarigione certa di un uomo investito da un treno, che i medici davano già per spacciato, o quando anticipò la vocazione sacerdotale, poi effettivamente concretizzatasi, di un ragazzetto vivace, allora ancora troppo piccolo per poterne presagire il destino. Nei confronti dei poveri poi, come già si è accennato, il fraticello fu sempre disponibilissimo, con quella puntualità, perseveranza, modestia, carità e pazienza, che sono indice di un atteggiamento che va ben oltre la coerenza ai propri doveri sacerdotali, ma che lasciano invece intravedere quella virtù eroica della perseveranza indomabile che è uno dei segni distintivi dell’eccellenza dello spirito, o già della santità. Accadeva allora che, durante l’ultima guerra, Giacomo si caricasse nelle gambe stente decine di chilometri per raccogliere il pane dell’elemosina porta per porta, cascina per cascina, del circondario bresciano. O che, terminate le ostilità e tornata una maggiore abbondanza, non facesse mai mancare una minestra calda all’ottantina di infelici che quotidianamente si rivolgevano a lui, non indugiando poi, se qualcuno fosse arrivato in ritardo, di privarsi magari del suo pur di soddisfare la fame di un fratello, o di interrompere anche la preghiera per accudirlo immediatamente. A proposito di impegno e di lavoro, finché almeno le forze lo sorressero, Giacomo continuò poi a fare comunque il suo antico mestiere di calzolaio per gli altri frati, i chierici e i poveri, rimanendo fino all’ultimo convinto che non sarebbe stato possibile neppure immaginare che l’abito sacro che adesso indossava dovesse autorizzarlo a credersi socialmente diverso da prima. Più riservate probabilmente per sua stessa volontà, ma ugualmente riaffiorate alla luce per merito della sorella Maria, che lo accudiva quando ancora non aveva preso i voti, sono poi le sue espressioni penitenziali, tanto severe da rammentare certe pratiche dei secoli passati, specie nel Seicento spagnolo, quando la via dell’ascesi era molto spesso schizzata di sangue abbondante. Giacomo Bulgaro non si ritraeva infatti dal coricarsi su un letto di sassi o di grosse maglie di catena, oppure di aggirarsi, apparentemente in modo ridicolo, con un grande turbante avvolto intorno alla testa, sotto il quale si nascondeva però la medesima corona di spine di Gesù Nazareno. Meno traumatizzanti, ma di certo altrettanto significative, furono anche le rigide regole che si impose rispetto all’alimentazione e alla preghiera, che comportavano l’astensione completa da vino, carne, pane e frutta, la presenza ad almeno tre Sante Messe quotidiane, la recita costante del Rosario, e l’esercizio della Via Crucis. Come era assolutamente ovvio dopo le apparizioni avvenute nella casa e nella pieve di campagna, la devozione del religioso alla Vergine fu sempre assoluta, una sorta di abbandono alla Sua volontà. Maria cioè fu per lui la guida spirituale, l’insegnante, la consolatrice, il principale termine di riferimento della sua intera esistenza, al punto che nel Diario non è affatto infrequente che venga definita col nome dolcissimo di “Mamma”, come avrebbe fatto qualsiasi creatura pervasa da intenso amore filiale. A Lei perciò Giacomo si rivolgerà col pensiero, ma anche a voce alta senza mai vergognarsene, in ogni momento, sentendosi poi guidato dalla Sua “voce interiore” in tutte le circostanze quotidiane. Tra i due avveniva insomma un dialogo continuo, tanto che l’uomo, molto poeticamente, un giorno Le farà addirittura dichiarare nel Diario “Io posso ben dire che non ho mai parlato così tanto come a te, figlio”. Nella riverenza di quest’ultima frase non è impossibile intravedere una certa dose di benevola ironia, naturalmente rivolta a sé stesso, che ci fa supporre che fra’ Giacomo non fu poi in vita, come magari si potrebbe supporre, una persona noiosa, fanatica, integralista, e quindi impossibile da prendere ad esempio, ma semmai un uomo normale, con tutta la forza e la debolezza di un qualsiasi essere umano, che però aveva intuito che, nell’adempimento del dovere, poteva essere benissimo santificata la propria giornata. L’allegria appunto non gli mancava, e ogni tanto si concretizzava anche in un malizioso sorriso o in una battuta di spirito. Del resto, il frate conosceva però anche i suoi limiti culturali e il dovere dell’umiltà, e non si permetteva quindi di giudicare mai nessuno e amava parlare pochissimo. Preceduto, nel corso degli anni Trenta, dai tre quaderni della cosiddetta “Autobiografia”, per espresso desiderio del suo superiore, cui peraltro diligentemente sottoponeva ogni volta per l’approvazione le sue meditazioni, dal 9 febbraio 1940 al 7 gennaio 1967, appena venti giorni prima della morte, Giacomo Bulgaro scrisse il suo importante “Diario Spirituale”. Si tratta di pagine che, prive di particolari rivelazioni o della cronaca di fatti storicamente rilevanti, raccontano invece il lungo cammino di un’anima, le riflessioni di un semplice uomo, le preghiere di un cuore che si era interamente affidato al Signore (“Mio Dio, voglio ogni giorno presentarmi a Te come Gesù, con una veste tinta di rosso che è l’amore, è il sangue del sacrificio”). Nel corso del tempo quest’opera, vergata con una calligrafia ordinatissima e dalla quale in seguito sono state estrapolate commoventi preghiere, assumerà poi una notevole consistenza, tanto da annoverare in ultimo decine e decine di quaderni e centinaia di fogli sparsi, fino ad assommare a ben 6809 pagine, compilate anche sul retro e quasi sempre datate con estrema precisione. Colui che sarà poi definito “il poverello di Brescia” con chiaro riferimento a San Francesco, il “poverello d’Assisi”, dagli anni Sessanta cominciò progressivamente a decadere nella salute. Era allora quasi novantenne, e gli ultimi tempi, ormai impossibilitato a muoversi, li trascorse sostanzialmente relegato nella sua cella. Colto il 9 gennaio da una broncopolmonite devastante, si spense poi alle ore ventitre del 27 gennaio 1967, a due soli giorni dall’ottantottesimo compleanno. Raccolti in preghiera e meditazione intorno al suo letto di agonia, i confratelli ebbero allora la sicura impressione di avere appena assistito alla morte serena del giusto. Preso avvio, il 29 giugno del 1982, il processo canonico per il riconoscimento delle virtù eroiche di Bulgaro, a seguito di una richiesta della comunità religiosa di San Francesco di Brescia, il 12 giugno del 2003 viene infine presentata alla “Congregazione vaticana per le cause dei santi” la “Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis” di fra’ Giacomo, in attesa del tempo felice in cui sarà decretato che la memoria dell’esempio del “calzolaio di Dio” si debba perpetuare nella gloria degli altari.
w PELLEGRINAGGIO A CORTICELLE
“Tutto quello che siamo lo portiamo con noi lungo il viaggio” (A. Tarkovskij) La sveglia è suonata presto sabato 24 settembre: il ritrovo è alle 6,30 presso il Convento di San Francesco. Un buon caffè, un rapido controllo allo zainetto, alla giacca a vento e... via. Ogni anno i frati propongono “il cammino di Fra Giacomo”, un pellegrinaggio a piedi che dalla chiesa di San Francesco raggiunge la Pieve della Formigola a Corticelle. Si ripercorre il cammino compiuto da Fra Giacomo nella festa dell’Immacolata del 1913. Sono circa 70 le persone, ferme sul sagrato della chiesa, che quest’anno desiderano condividere questa esperienza. La giornata è serena, l’atmosfera è serena: ingredienti necessari per iniziare il cammino. Costeggiamo gli argini del fiume Mella, pochi conoscono questo percorso che si snoda tra boschi di robinie, pioppi, salici ed è veramente suggestivo. La quiete della campagna è un invito al silenzio. L’argomento del nostro percorso è quest’anno ispirato al “Cammino di Abramo”, alla sua fede, alla sua obbedienza a Dio, virtù che lo fecero diventare “padre di molti popoli”. Abbiamo potuto anche riflettere su alcuni aspetti della vita di Fra Giacomo, sui suoi scritti, rimanendo colpiti dalla naturalezza del suo rapporto con il cielo e la sua “mamma celeste”. Nelle diverse tappe di preghiera ascoltiamo i brani commentati da Fra Giancarlo e meditiamo sul suo invito a richiamare alla mente lo stato d’animo con il quale abbiamo desiderato intraprendere questo pellegrinaggio. Dopo una simpatica pausa ristoratrice presso la vecchia cascina trattoria di Pontegatello riprendiamo l’argine del Mella tra distese di granoturco; il sentiero ben tracciato attraversa un ambiente naturale incantevole, siamo accompagnati dalla musica degli uccelli. Non avvertiamo stanchezza, parliamo, preghiamo e... in lontananza scorgiamo il campanile della Pieve. Siamo grati al Parroco di Corticelle per averci, prima della Santa Messa, illustrato la storia della Pieve, le sue origini; ci ha fatto “vedere” i dipinti cinquecenteschi che impreziosiscono il Santuario. Tanti i progetti di restauro attuati, molti quelli da attuare. Il cammino è concluso, una preghiera alla Madonna perché ci accompagni e ci aiuti ad affrontare e sopportare i nostri difficili momenti quotidiani, un grazie a Fra Giacomo che ci ha dato l’opportunità di vivere questa esperienza. Saliamo sul pullman, si ritorna a casa. F.I.B. 24 SETTEMBRE 2011
w ORARI CHIESA
La chiesa ha questi orari di apertura e chiusura . DOMENICA e FESTIVI: 7.00 - 12.30 / 15.30 - 19.30 FERIALI: 6.30 - 11.30 / 15.00 - 19.30 MESSE FESTIVE: 8.00, 9.30, 10.30, 11.30, Vespertina 18.30. MESSE FERIALI: 7.00, 9.00, 10.00, Vespertina 18.30. Ogni giorno FERIALE, dopo la Messa delle 7.00, UFFICIO delle LETTURE e recita delle LODI. Nelle DOMENICHE alle 7.30 canto delle Lodi. SABATO e DOMENICA canto dei VESPRI alle ore 18.00. Nei giorni FERIALI recita dei VESPRI dopo la Messa delle 18.30. Ogni giorno feriale alle 18.00 recita del SANTO ROSARIO. Ogni Mercoledì, alle 20.30, Lectio divina in chiesa.(Sospesa da maggio a settembre) Ogni giovedì,alle 20.30, Adorazione eucaristica in chiesa.(Sospesa da maggio a settembre) Ogni prima domenica del mese alle ore 15.30, Adorazione eucaristica in chiesa conclusa dai Vespri solenni. Negli orari di apertura della chiesa, dalle ore 8.00 in poi, e dalle 15.00 sono sempre presenti uno o più confessori.
w Anniversario 23/01/2011
Il 23 gennaio 2011, nell’omelia per il 44° anniversario della morte di fra Giacomo, Mons. Gabriele Filippini, che presiedeva la concelebrazione, ci ha donato queste riflessioni. Ringrazio padre Leopoldo Fior e la comunità conventuale di San Francesco per l’invito a ricordare frà Giacomo Bulgaro, ricorrendo la data che ricorda il suo trapasso, avvenuto nel gennaio del 1967. Frà Giacomo aveva 88 anni. Ho cominciato a conoscere e apprezzare questa figura francescana grazie al compianto p. Lucio Condolo che non mancava mai, in prossimità di date significative della biografia di frà Giacomo, di portarsi alla sede del settimanale diocesano “La Voce del popolo” allora a me affidato, per proporre articoli sull’umile religioso “portinaio e ciabattino” di San Francesco. So che i lettori apprezzavano quegli articoli e mi chiedevo il perché di tanto fascino esercitato da un semplice frate nei confronti della gente bresciana. La domanda possiamo porcela pure ora. E le risposte potrebbero essere tante, tutte vere. Una prima viene dal fatto che in questa stagione culturale l’esagerazione, la smania di apparire, di far parlare di sé sono talmente smaccate da divenire tendenze pericolose, patologiche, fonti di comportamenti che alla lunga diventano disumani e distruttivi. Esistenze come quella di frà Giacomo rappresentano un antidoto: sono vite che pur avendo conosciuto una stagione di spensieratezza ed esagerazioni, sono state poi, però, spese nel segno della moderazione, della modestia e dell’umiltà, nel nascondimento ed in un quotidiano servizio, costante, diligente, generoso. Una seconda risposta scaturisce dal fatto che “il discepolo non è meno del Maestro”. Certe figure attirano di più perché assomigliano di più a Gesù. È capitato per San Francesco d’Assisi: attirava la gente perché voleva essere come Gesù. E cosa significhi seguire Gesù fino ad essere come Lui ce lo fanno intravedere le letture della liturgia di questa domenica, soprattutto il Vangelo (Mt. 4, 12-16), quasi introdotto dal riferimento della pagina di Isaia ascoltata come prima lettura. Di Gesù l’evangelista Matteo ci dice che è nato a Betlemme di Giudea, poi dopo la fase egiziana, torna a Nazareth. In Giudea viene battezzato ed inizia la sua vita pubblica, ma il suo ministero prende il via a Cafarnao, vale a dire ancora in quella Galilea, detta “Galilea delle genti”. Perché diventano tanto importanti queste coordinate geografiche che per certi aspetti non sono essenziali per l’impianto letterario del vangelo? Cafarnao era una città abitata da ebrei, da stranieri di origine greca, da ebrei che, durante la deportazione babilonese si erano assimilati agli assiri, da romani… Era quasi una città simbolo di apertura. La preoccupazione dell’evangelista è quella di mostrare l’originalità di Gesù rispetto a Giovanni Battista che pure è considerato un grande. Con il riferimento a Cafarnao si vuole sottolineare che mentre il Battista si isola nel deserto per parlare di Dio ai contemporanei, Gesù invece va verso la gente, la gente più disparata per provenienza, cultura, sensibilità. Il Battista predicava principalmente per i suoi connazionali ebrei, Gesù già in partenza mostra di parlare a tutte le genti. Infine sia il Battista che Gesù predicano la conversione. Ma la conversione a Dio chiesta da Giovanni è quasi una forma di purità personale, Gesù accompagna l’invito alla conversione chinandosi sui vari mali che colpiscono l’uomo. Gesù guarisce da ogni malattia fisica e morale. Questo è il cristianesimo autentico: non una religione fra le tante e come tante, non la religione che si accontenta di chiedere formalità, ma una questione di amore, un amore che nasce da un cuore rivolto a Dio e alla sua azione di grazia e poi offerto ad ogni fratello. E che la “fraternità” sia una condizione della vita cristiana lo dimostra anche quanto segue nel vangelo: la chiamata dei primi apostoli che formano due coppie di fratelli: Giovanni e Giacomo, Andrea e Pietro. Il cristianesimo è meraviglioso quando è così: quando l’uomo colmo dell’amore di Dio non si isola ma si apre all’altro. L’amore cristiano ci fa più vicini, più amici e fratelli. Il grande scrittore e poeta russo Pasternak disse che “da quando il Galileo apparve sulla terra, i popoli cessarono di esistere ed ebbe inizio l’uomo”. Frà Giacomo Bulgaro è stato un uomo che ha colto l’invito alla conversione, ha accolto nel suo cuore l’amore di Dio e si è reso disponibile ai fratelli, sempre pronto ad accoglierli e a servirli anche con umili mansioni. Questo è il cristianesimo, questa la strada da percorrere. Fra i compiti di frà Giacomo c’era anche quello di suonare il campanello che richiamava la comunità all’appuntamento con il Signore nei momenti di preghiera. Era sempre preciso e puntuale. Il ricordo che gli riserviamo suoni questa sera anche per noi come sveglia e richiamo a percorrere sempre la strada dell’autentica vita cristiana.
w Pellegrinaggio Brescia-Corticelle
Carissimo p. Giancarlo, quest’anno sono particolarmente felice di aver potuto fare insieme con mia moglie, il pellegrinaggio Brescia-Corticelle in memoria di fra Giacomo. Non posso dimenticare con quanto amore e speranza mio padre stringeva a sé quel crocifisso che apparteneva al Servo di Dio fra Giacomo: crocifisso che rappresentava l’unica ancora di salvezza del mio caro papà, che si vedeva mancare la vita a causa di un male incurabile. Fra Giacomo non ha ottenuto la grazia della sua salute, ma ha benedetto lui e tutta la nostra famiglia per come ha vissuto gli ultimi mesi della sua vita: tanta preghiera e tanta partecipazione ai sacramenti, specie alla comunione. Lui è mancato mentre insieme recitavamo una “Ave Maria”… All’ultima parola “così sia”, ha reclinato dolcemente il capo ed ha esalato l’ultimo respiro. Ho avuto l’impressione che Qualcuno (la Ma-donna?) lo accompagnasse in paradiso. Ho rivissuto questi pensieri nel pellegrinaggio. Ora, ogni volta che sento il caro saluto alla Vergine, per me è come una musica nuova e soave, che mi ricorda il mio caro padre nel momento del suo addio da noi. Anche per questo il pellegrinaggio è diventato un percorso di continui dolci ricordi: con me e mia moglie, lì sentivo vicino anche il mio caro genitore. Ero accomunato al bene che gli abbiamo voluto, anche da mio zio Silvano, che con la sua devozione a fra Giacomo, gli è stato particolarmente vicino. È stato bello pensare che quella strada è stata il primo grande percorso del caro fra Giacomo convertito, come San Paolo sulla via di Damasco. Me lo sentivo vicino, e sono sicuro che aiuterà me e tutti i miei familiari, come ha aiutato mio padre.Grazie, mio caro fra Giacomo. Con i più cordiali saluti! Daniele e Maria Grazia Calligione - Via Paolo VI, Mestrino Padova
w + Giovanni Battista Morandini
Boario Terme, 20 giugno 2010 Carissimo Padre Leopoldo, già una settimana ci separa dalla giornata di Sant'Antonio di Padova - giornata così arricchente e benedetta - ma il ricordo permane vivissimo nello spirito che mi richiama...al dovere di ridire a te ed alla tua magnifica Comunità la mia gratitudine, il mio affetto, la mia ammirazione. È stata una giornata di riposo spirituale grazie alla vostra "francescanità autentica" fatta dimostrazione di ricchezza umana, spirituale, liturgica e soprattutto ecclesiale. So che mi perdoni (e con te i carissimi Confratelli nel sacerdozio, così discreti ed esemplari - ho rivisto con immenso piacere il 'coreano' Padre Giancarlo) se mi riferisco in particolare agli Aspiranti: la loro contagiosa gioia di vivere nell'impegno manifesto di volersi riproporre al "loro mondo" come veri, nuovi, 'aggiornati' seguaci di Gesù alla scuola del sempre attuale Poverello di Assisi, mi ha rinfrescato un poco nelle certezze di Gesù: io sono con voi sino al consumarsi dei tempi. E bando, quindi, a tristezze e dubbi e reclami che ci avvelenano un poco lo spirito di fronte alle sofferenze così insistite della nostra chiesa.. Dillo ai tuoi confratelli e soprattutto ai "ragazzi" assicurandoli del mio affetto e simpatia che si fanno presenza, condivisione, impegno, ai piedi dell'Altare dove il Signore-Gesù diventa viatico quotidiano nella missione di privilegiati affidataci e che vuole affidare, e cioè essere strumenti degni nell'edificazione del suo Regno. Ci mettiamo sotto la protezione della Madre di Gesù, Madre della Sua Chiesa e Madre Nostra dolcissima e provvidente. So che dirai al mio posto davanti alla tomba di Fra Giacomo una preghiera intensa: si è già manifestato nelle suppliche che per suo tramite avevo deposto ai piedi del Signore, ricco in misericordia e grande nell'amore. Ha deposto i superbi, ha esaltato gli umili, ma bisogna esserlo come lo è stato lui, degno figlio di Francesco. Coltivo la speranza di passare, quando, possibile, ancora qualche ora con Voi. So di potere contare già sulla vostra generosa vicinanza spirituale che diventa preghiera. La mia è già assicurata. A te, carissimo Leopoldo, l'augurio più fraterno: il Signore ti mantenga nella vera spiritualità francescana che convince e seduce perché mantenuta viva, fresca ed attuale da gente come te. A tutti ed a ciascuno in particolare "Pace e Bene" dal profondo del cuore a cui si uniscono i miei cari. In osculo sancto, +Giovanni Battista Morandini (vescovo emerito).
w Comune Brescia Circoscrizione Nord
Con vivo piacere ho letto la pubblicazione “Tra Oriente e noi” dedicata a padre Lucio Condolo. Sicuramente per i cittadini bresciani, in particolare per coloro che l’hanno conosciuto ed apprezzato per le sue doti umane, questa raccolta di scritti rappresenta un segno tangibile del ricordo ancora vivo nella città di Brescia. Un grazie da parte della comunità bresciana per aver ideato e realizzato questa testimonianza. Colgo l’occasione per inviarTi cordiali saluti. Il Presidente Dr. Marco Rossi
w Tra l’Oriente e noi: p. Lucio Condolo
Nuova pubblicazione su p. Lucio Condolo, curata da p. Giovanni Voltan, che nella prefazione titolata “Queste paginette” così scrive: “Paginette”. Sono quasi sicuro che tu, p. Lucio, le definiresti così. Ed anche che non le gradiresti, infastidito, e non poco, per il timore d’essere incensato. Se ad un anno dal tuo transito al cielo ci permettiamo di proporle a chi ti ha incontrato e voluto bene e ad altri che vorranno leggerle, come sai non è per celebrarti, ma per dare lode al Signore che in te ci ha fatto dono di un fratello così amabile. Per dirgli il bene del tuo giorno terreno che scalda an¬cora i nostri cuori. Per non dimenticare come sei vissuto da cristiano, frate, sacerdote. «Ciò che ho vissuto in Italia è sotto gli occhi di tutti, ciò che ho amato in Turchia pochi lo conoscono» mi confidavi un giorno e così di tanto in tanto, tra gli anni 2005-2008, mi passavi “paginette” scelte, brevi o lunghi appunti, testimonianza di quelli che tu definivi “gli anni più belli” della tua vita ovvero l’esperienza vissuta in Oriente, ad Istanbul (1973-1982). Permettimi allora, p. Lucio, di poterle mettere a disposizione per i motivi che ho cercato di dirti. Sì, a lode di Dio e nella riconoscenza immensa a te. p. Giovanni Voltan Padova, 27 maggio 2010 ad un anno dal transito di p. Lucio da questa terra al cielo. La pubblicazione, pp. 106 con varie foto e testimonianze, è possibile richiederla presso la portineria del Convento nelle ore di apertura.
w Omelia p. Gianni Cappelletto
In occasione del 43° anniversario della morte del Servo di Dio, il Ministro Provinciale dei Frati Minori Conventuali, ha proposto la figura di fra Giacomo con queste parole: Il profeta Geremia – del quale abbiamo ascoltato il racconto della vocazione nella prima lettura – ed il servo di Dio, fra Giacomo Bulgaro – del quale in questa eucaristia ricordiamo l’anniversario del ritorno alla casa del Padre – sono sì distanti nel tempo, ma molto vicini come esperienza di credenti. Geremia, al momento della chiamata ad essere profeta, si scusa dicendo “sono troppo giovane per parlare a tutti ed essere ascoltato” dato che lui aveva circa 25 anni e si poteva parlare in pubblico solo dall’età di trent’anni in su. Giacomo Bulgaro, quando a circa 50 anni manifesta la sua decisione di farsi frate, si sente rispondere dal suo padre spirituale: “Sei troppo vecchio. E poi i frati accettano i postulanti solo se godono buona salute”. Eppure se Dio sceglie una persona chiamandola al suo servizio, sa superare ogni ostacolo: così Geremia diventa profeta e Giacomo Bulgaro frate in questa comunità di San Francesco. A Dio non interessa l’età quanto la disponibilità a fare fino in fondo la sua volontà che diventa il Bene per noi. Un altro accostamento tra le due figure: Geremia ha la consapevolezza di essere conosciuto, cioè amato da Dio, “fin dal seno materno”, vale a dire “da sempre”. È stupendo pensare che Dio mi ama per sempre! Fra Giacomo scrisse nel suo Diario: “Il Signore mi ha amato e si è offerto in croce per me, e questo anche quando ero nei peccati e la mia vita non era certo vita cristiana”. Credo sia molto importante questa consapevolezza di essere amati dal Signore “prima” dei nostri meriti. Geremia fortemente contestato come profeta dai suoi contemporanei ha trovato nell’amore del Signore la forza per continuare ad essere fedele a ciò che gli era richiesto. Fra Giacomo, non sempre compreso da qualche confratello, ha trovato nel Signore il suo punto d’appoggio, il suo sostegno, e nei momenti di malattia l’amore del Signore lo ha sostenuto infondendogli speranza. Così per noi: se non vogliamo che la nostra vita diventi mediocre, se desideriamo stare in piedi di fronte alle difficoltà della vita dobbiamo riandare all’amore gratuito di Dio per noi. Un amore che ci accompagna fin dal nostro concepimento, così ci assicura Geremia; un amore che è forte e non viene annullato dal mio peccato, così ci assicura fra Giacomo. Se perdiamo il contatto con l’amore del Signore rischiamo di fare come i compaesani di Gesù: nel Vangelo ascoltato, infatti, i Nazaretani presenti in sinagoga, e pertanto credenti e praticanti, contestano Gesù che si è pesentato come Messia, perché è diverso da come se l’aspettavano. Attendevano infatti un Messia-Liberatore che facesse miracoli in loro favore risolvendo problemi di ordine fisico, economico e politico. Gesù non ci sta… anzi fa loro capire che se c’è qualcuno a cui dedicare tempo ed attenzione, questi è il povero, come la vedova di Zarèpta, o lo straniero, come Naamàn, il Siro. Ma questa scelta di Gesù fa infuriare i suoi compaesani che lo vogliono eliminare. Conclusione che nasce dal “siccome non fai niente per noi, non ci servi; anzi ci sei di disturbo con le tue scelte ed allora è meglio farti fuori”. E sono dei credenti e praticanti e non degli atei o indifferenti alla fede in Dio! È la stessa tentazione per ognuno di noi: eliminare un Dio che non “ci serve”, che non soddisfa i nostri pur legittimi desideri di star bene; “far fuori” chi ci disturba perché ci richiama, come fa l’apostolo Paolo nella seconda lettura, alla coerenza nelle scelte di amore verso tutti. Amare, dice Paolo, è bello, ma è anche scomodo perché mi obbliga ad uscire da me per andare verso l’altro; mi invita a non pretendere di essere io il centro del mondo, ma a fare spazio all’altro per condividere con lui tempo, beni, talenti… Per diventare cristiani sempre più autentici e credibili è importante che ricuperiamo in noi stessi la certezza di essere amati dal Signore che ci dice: “gratuitamente avete ricevuto il mio amore, gratuitamente donatelo nelle scelte della vita quotidiana”. Non siamo soli nel nostro cammino di cristiani: Dio, nella sua provvidenza, ci mette accanto persone non tanto da imitare quanto dei testimoni che ci incoraggiano, che ci dicono con le loro scelte “vale la pena essere cristiani, fidati del Signore, credi che ti ama come sei!”. Ce lo dice il profeta Geremia, distante da noi nel tempo, eppure così vicino alla nostra esperienza; ce lo conferma il servo di Dio fra Giacomo, a noi contemporaneo. Nessuno di noi potrà essere come loro, eppure la loro compagnia ci è di conforto, di stimolo e di consolazione. P. Gianni Cappelletto, ministro provinciale.
w Ricordo di P. Lucio
Reverendissimo Padre, ho appreso dal foglio trimestrale “Fra Giacomo” della prematura scomparsa dell’indi-menticabile p. Lucio Condolo, che ho avuto modo di conoscere e molto apprezzare durante la sua permanenza a Brescia e la mia carica di sindaco di Dello. So che era da tempo malato, ma sono rimasto colpito dalla sua morte, anche perché un anno fa circa, avevo avuto modo di incontrarlo presso la Basilica del Santo a Padova e l’avevo trovato bene. La notizia triste è che manca a tutti, mancano il suo tratto deciso ma sempre benevolo, la sua arguzia e simpatia spontanea. La notizia buona è che è presso il Padre con fra Giacomo, per la cui causa di beatificazione si è speso con grande energia ed entusiasmo. Esprimo a lei, caro Padre Leopoldo, le mie più sentite condoglianze, che vorrà estendere a tutti i confratelli. Con viva cordialità Giovanni Pigolotti
w In ricordo di p. Lucio Condolo
In data 27 maggio, dopo lunga e dolorosa malattia, il Signore ha chiamato a sé p. Lucio Condolo di anni 64. Dal 1994 al 2005 visse nel convento di Brescia dando impulso alla conoscenza ed alla devozione di fra Giacomo Bulgaro con la catalogazione ed archiviazione di tutte le fonti riguardanti il Servo di Dio, una minuziosa biografia della “Vita di fra Giacomo Bulgaro”, il “Foglio trimestrale” e varie iniziative per proporre la spiritualità francescana di fra Giacomo. Questo sito internet fu fortemente voluto da Lucio ed oggi, qui, vogliamo allegare il nostro affettuoso ricordo. «Attendo la visita del Signore, e spero venga presto!». È questa l’espressione che eravamo soliti sentirci dire da padre Lucio in quest’ultimo periodo della sua vita terrena. Attendeva fiducioso che il Signore lo visitasse per l’ultima volta, desideroso, come Sant’Antonio di Padova, di poter finalmente dire: «Vedo il mio Signore!»! Questa prospettiva lo riempiva di serenità e di gioia, quella gioia che abbiamo sentito pro-clamare nel Salmo responsoriale: si tratta di versetti tratti da salmi diversi che lo stesso padre Lucio ha collocato all’inizio del suo “testamento spirituale” che porta la data del 7 ottobre 2008. Inizia esprimendo lode e canto al Signore che gli ha dato sempre la forza di vivere con fedeltà la sua consacrazione religiosa e il suo ministero sacerdotale e gli stava dando – nel momento in cui scriveva – il coraggio di affrontare cristianamente la malattia che lo stava lentamente sfinendo (Sal 91,2.3.11). Continua cantando la bontà del Signore verso tutti e la sua tenerezza per ogni creatura, bontà e tenerezza che padre Lucio ha sempre sperimentato nel suo cammino di credente e che ha comunicato a quanti ha incontrato nella sua missione di frate e prete (Sal 144,9.21). Termina con un grido di supplica al Signore invocando “aiuto” per il difficile momento che stava vivendo, fatica che trovava una pausa e un sollievo proprio nel rapporto con Dio: «Signore, sei tu il mio rifugio» (Sal 141,2.6). Il canto di lode a Dio, l’esperienza della tenerezza del Signore e il trovare “rifugio” nella sua presenza di Padre accogliente sono esperienze che hanno accompagnato tutta l’esistenza terrena di padre Lucio. Di essa vorrei mettere in risalto alcuni aspetti, traendo ispirazione dal-la parola di Dio che abbiamo ascoltato. Nella prima lettura, il profeta Isaia dà forma letteraria ad un suo sogno: che l’Egitto e l’Assiria, le due superpotenze del tempo, trovino finalmente la via della riconciliazione e si convertano al Signore della storia, trovando nel popolo ebraico il “ponte” che le orienta sulle vie della pace (Is 19,19-25). Era il sogno di padre Lucio: che noi francescani, pur “piccolo resto” all’interno del cristianesimo come il popolo ebraico tra le genti di allora, potessimo essere – nel nome di Francesco d’Assisi e di Antonio di Padova – non solo un “ponte” quanto so-prattutto “una casa” in cui le altre due grandi religioni monoteistiche, ebraismo e islam, potessero incontrarsi nel dialogo e nella riconciliazione. Mi ha sorpreso ricevere, mentre papa Benedetto era pellegrino in Terra Santa (8-15 maggio), una cartolina in cui padre Lucio esprimeva il suo sogno che la nostra Provincia religiosa trovasse il coraggio per aprire una casa in Terra Santa quale luogo di accoglienza di ebrei e musulmani. Ma ancor più mi ha stupito, leggendo le lettere depositate in archivio a suo nome, il suo amore per l’islam, amore maturato negli anni trascorsi presso il nostro Convento Sant’Antonio di Istanbul (1973-1982). Lasciando la Turchia, così si esprime: «La sorpresa più grande che ho avuto a Istanbul la devo all’islam. Venendo qui, nulla sapevo di vero sulla vita musulmana. La frequenza con gente piena del senso di Dio, carica di preghiera e sottomissione; poi la pratica di qualche gruppo di impegno musulmano e la lettura illuminata di alcuni testi m’hanno dato modo di saper riconoscere l’opera dello Spirito di Cristo in ogni gesto e parola che dal cuore musulmano sale a Dio come adorazione e attesa. Nella chiesa di Sant’Antonio sono stato spettatore della verità del salmo “Ecce quam bonum et quam jucundum …” ogni volta che girandomi attorno vedevo a me uniti in preghiera forse più musulmani che cristiani. Anch’io ho frequentato le moschee nell’ora della preghiera, per unire alla voce di tanti esseri amati da Dio anche la mia nella quale per il battesimo il Padre riconosce quella di Gesù. C’è un posto ad Istanbul dove ogni volta che mi sono recato all’ora della preghiera musulmana, pubblicamente s’è nominato Gesù e Maria, sia per farmi piacere sia per sottolineare che l’Islam sintetizza in sé tutta la profezia (…) L’Islam non si sente estraneo alla nostra fede e Cristo nel Corano ha un rilievo più grande di quanto ordinariamente i musulmani stessi ritengono. Forse verrà il giorno in cui, mossi anche dalla nostra intercessione, gruppi mistici musulmani daranno più peso a quanto di santo e vero il Corano dice su Gesù, guidando così l’Islam intero verso una affezione più profonda al mistero del Signore (…) Lascio la Turchia con l’emozione di chi parte dalla casa dei suoi …» (Istanbul 3.9.1982). Ed ecco il suo sogno: che noi francescani potessimo «avvertire che oggi l’islam invoca dal cristianesimo atteggiamenti di stima, di comprensione, d’amore». E allora suggeriva che la nostra Provincia potesse aprire un piccolo convento in Cappadocia in cui i frati non fossero preoccupati di “convertire” i musulmani a Cristo quanto di farsi testimoni di Cristo mediante l’accoglienza, l’ascolto e il dialogo, la preghiera e la celebrazione liturgica. E questo sull’esempio del nostro Serafico Padre San Francesco che «nella sua visita all’Oriente, illuminato da Dio aveva ben compreso che il cristiano serve all’islam nella misura in cui sa essergli vicino con l’umiltà, la riparazione, l’infinito amore ch’erano nel cuore del Verbo Incarnato» (Roma 8 maggio 1983). Testimoniare «l’infinito amore che è nel cuore del Verbo Incarnato»: ecco non più il sogno quanto il “propositum vitae”, la “regola di vita” che padre Lucio si era dato e alla quale ha cercato di essere fedele fino in fondo, pur nella consapevolezza dei suoi limiti e delle sue fragilità. Il vangelo ascoltato in cui Gesù interroga Pietro sull’essenziale della vita cristiana e del ministero sacerdotale (Gv 21,15-19) ci fa dire che ciò che conta è – nelle relazioni tra cristiani – il far risplendere l’amore profondo che ci lega al Signore e tra di noi. È quanto aveva vissuto padre Lucio ad Istanbul, città in cui – afferma in una sua lettera – «ho sperimentato un’unità nel quotidiano, stillata da una rete invisibile di amicizie e parentele per cui tutte le diverse comunità di qui si sono venute a trovare come compenetrate l’una nell’altra e a riconoscersi un’unica famiglia». C’è una «unità dei cuori che non è costruita necessariamente su quella delle menti: c’è un ambito vastissimo per la differenziazione teologica pur entro i limiti di una reciproca accoglienza spirituale» costruita sull’amore verso l’unico Signore di tutti (Istanbul 3.9.1982). La stessa pagina evangelica di Giovanni ci porta ora ad immaginare l’intimo colloquio tra il Cristo Risorto e padre Lucio sulla qualità del suo amore testimoniato in vita, un colloquio che termina con quella parola decisiva da parte del Signore: «Seguimi». Come a dire: «Vieni, servo buono e fedele, e ricevi il premio che ti ho preparato: tu hai dato umanamente tutto te stesso per il mio Regno e per l’unità della mia Chiesa, io ti dono la pienezza della vita, in eterno!». E possiamo immaginare ancora che ad accompagnare padre Lucio nell’ultimo suo viaggio incontro al Risorto ci sia anche un Confratello a lui molto caro, il Servo di Dio fra Giacomo Bulgaro per il quale padre Lucio ha speso tante energie umane e spirituali: ne ha fatto conoscere gli scritti, l’ha fatto amare da tanta gente non solo in Brescia ma anche in altre parti d’Italia. E si è sempre sentito attratto dalla bontà semplice e discreta che fra Giacomo aveva vissuto e dalla sua sincera ricerca del volto di Dio anche nei momenti di difficoltà. Pure padre Lucio non ha mai smesso di cercare nel Signore il suo punto d’appoggio, il suo “rifugio” – come ricordato nel salmo citato all’inizio, specie nei momenti in cui in Turchia ha vissuto quella che lui denomina “solitudine spirituale” e nei tempi più recenti quando si era reso conto che “sorella morte” stava bussando alla sua porta. La sua ricerca trova ora finalmente l’oggetto del desiderio di ogni credente: incontrare “nella bontà e tenerezza” il Dio del-la vita che gli dice ancora una volta e in modo definitivo «Seguimi!». P. Gianni Cappelletto, 29 maggio - Basilica del Santo
w Testamento di p. Lucio
TESTAMENTO SPIRITUALE DI P. LUCIO CONDOLO È bello dar lode al Signore, / cantare al tuo nome, o Altissimo, sull’arpa a dieci corde e sulla lira, / con canti sulla cetra. / Tu mi doni la forza di un bufalo, / mi cospargi di olio splendente. (Sal 91, 2.3.11) Buono è il Signore verso tutti, / la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Canti la mia bocca la lode del Signore, / in eterno e per sempre. Amen! (Sal 144, 9.21) Con la mia voce al Signore grido aiuto, / con la mia voce supplico il Signore: Signore, sei tu il mio rifugio. (Sal 141, 2.6) Con il battesimo, ricevuto nel giorno dedicato alla memoria del beato Odorico da Pordenone, m’è entrato nel cuore anche un anelito missionario di cui approfittò p. Francesco Faldani, mentre passava nelle scuole pubbliche in ricerca vocazionale. Entrai con gioia nel seminario francescano di Camposampiero (Pd). Concluso il ginnasio a Brescia-Pedavena, fui ammesso al noviziato nel convento del Santo, a Padova, ed emisi la professione temporanea dei voti religiosi il 26.9.1962. Studiai teologia a Padova, nel tempo esaltante del concilio Vaticano II. Seguì un intenso biennio al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Ebbi poi l'imprevisto e doloroso trasferimento a Istanbul (Turchia), dove vissi dieci anni, i più belli e i più motivati della mia vita. Nel frattempo fui ordinato sacerdote a Padova il 15.12.1973. Rientrato in Italia il 13.9.1982, fui collocato per qualche mese a Roma-Cecchignola, poi nella basilica del Santo, nel convento San Francesco di Treviso ed infine nel convento di Brescia, dove ebbi l'opportunità di familiarizzare con il Servo di Dio fra Giacomo Bulgaro, che da adolescente avevo conosciuto e servito. La sua spiritualità, tutta mariana e francescana, m’ha avvolto e coinvolto. Purtroppo non mi ha trascinato ed elevato, come pure avrei voluto. Nel 2005 ricevetti un’altra grande grazia: da Brescia fui riportato a Padova, nella casa di sant’Antonio. Ero malato di leucemia, ma non lo sapevo. Fino ai sessant’anni godetti sempre di salute forte e di tanta energia, che mi consentirono un attivismo incessante e, spero, utile. Poi, l’ora del tramonto: sono agli inizi, a metà del percorso, o sto arrivando all’ultima stazione? Non lo so e nessuno me ne parla. So che ora vorrei essere come una delle belle giornate estive che, dopo aver irradiato tanta calda felicità, concludono con una festa di raggi dorati e rosati, un trionfo di colori che rallegra e rasserena chi li sta a gustare. Vorrei riuscire a rendere bella anche la mia malattia, che mi fa paura; voglio viverla con Gesù, innestata del tutto nei suoi dolori. Due sentimenti premono chiassosamente nel mio animo. Non ho parole per ringraziare il Signore del tanto che ho avuto nella vita terrena. Tutta la mia riconoscenza vada a quanti mi hanno aiutato, compatito, perdonato; a quanti mi hanno corretto e pungolato, a quanti – poco o tanto – si sono occupati di me. Dal cielo voglio e devo concretizzare il mio grazie. Non ho parole per domandare perdono del bene non realizzato e, con esso, del male fatto in pensieri, parole e opere. Chiedo perdono a Dio di non essere stato come Lui sperava da me; chiedo perdono ai fratelli di non aver agito come avrei dovuto, cioè con il cuore e con lo stile di Gesù, di Maria, di Francesco, di Antonio, di fra Giacomo. Domando perdono a chi ho offeso, giudicato, deluso, amareggiato, a quanti ho indotto a tiepidezza. Chiedo perdono a quanti hanno dovuto assaporare il peggio di me. Infine, non ho parole per ringraziare i miei confratelli, i frati della mia Provincia religiosa, per la benevolenza, la fraternità e la carità che hanno usato nei miei confronti. In ogni convento mi sono trovato bene, bene accolto, accettato com’ero, stimolato dai loro buoni esempi, sostenuto dalla loro preghiera: tanto e tanto ho ricevuto dai miei confratelli. Grazie. Concludo il primo capitolo della mia vita, quello terreno, con tanta gioia, contento di ciò che ho avuto e contento d’aver utilizzato questi anni in ciò che ho creduto, cercato e anche amato. Deo gratias, semper. Amen. p. Lucio Condolo - Padova, 7.10.2008
w Grazie fra Giacomo
Carissimi frati francescani, mi chiamo Sabrina e per 32 anni ho vissuto difronte alla bellissima Chiesa di San Francesco, in via Tresanda San Nicola. Mi sono trasferita nel 2005 a Siena ed ora vivo qui... Sul mio comodino ho un'immagine di Fra Giacomo che prima di partire ho portato con me, ho sempre nel cuore la cappella dove ho passato tante ore parlando con lui e trovando conforto, sicurezza e tanto amore. Spesso vengo presa dallo sconforto ma appena ripenso a quel luogo di pace, mi sembra di ritrovare un po’ di serenita'... Il prossimo 1°maggio verro' a Brescia e sono impaziente all'idea di poter riabbracciare spiritualmente il mio frate.... Vorrei chiedere scusa per questo mi sfogo, ma a volte lo sconforto e' davvero enorme e poi la lontananza dal luogo d'origine non aiuta, sono contenta d'aver avuto l'occasione di poter esprimere i miei sentimenti e di poter dire che la mia chiesa, il mio frate e voi tutti mi mancate molto, ma che pero' siete sempre nel mio cuore. Con tanto affetto Sabrina Beltrami
w Importanza di un ritorno
Lo storico francescano conventuale, P. Luciano Bertazzo, venerdì 24 ottobre, commemorando gli ottant'anni del ritorno dei Frati Minori Conventuali nella chiesa convento di san Francesco in Brescia da cui erano stati espulsi nel 1797, ha trattato il tema: "I Francescani Conventuali a S. Francesco in Brescia - Storia di una presenza ed importanza ci un ritorno". Per la Provincia Padovana dei Frati Minori Conventuali quello di Brescia è uno dei conventi più significativi e ricchi di storia. Per questo il ritorno del 28 ottobre 1928, dopo la soppressione napoleonica fu salutato come un evento straordinario. Ricordare gli 80 anni del ritorno significa raccontare le meraviglie, rivitalizzare le radici per produrre ancora frutti maturi e gustosi. Fare memoria è leggere "con simpatia critica" i fatti e gli avvenimenti: la "simpatia" induce ad assumere la storia passata come nostra, ad amarla anche nei suoi aspetti vari, a ricuperare in essa gli atteggiamenti per continuare il cammino; la "critica" invita a non fermarsi alla superficie accontentandosi di conoscere il succedersi di episodi, ma a scoprire e indicare i "germi di novità" che aprono e fondano la speranza. Fare memoria è invito a guardare al passato per progettare il futuro. In apertura dell'incontro è stata presentata la nuova "Guida della Chiesa di San Francesco", sintesi di storia di fede ed arte.
w Due felici ricorrenze
Domenica 26 ottobre p.v. la comunità religiosa insieme con i tanti devoti che frequentano la chiesa di S. Francesco vivrà un momento particolarmente significativo: il ricordo degli 80 anni del ritorno del frati francescani conventuali nella città di Brescia e nella chiesa di S. Francesco. Evento che fu auspicato e molto atteso. Si trattava, infatti di riprendere possesso di uno dei luoghi più ricchi di storia francescana di tutta la Lombardia. La tradizione racconta che la presenza francescana in Brescia sia stata voluta dallo stesso Francesco d’Assisi il quale di ritorno dal suo viaggio in Siria avrebbe qui soggiornato per alcuni giorni e lasciato una piccola comunità di frati che si dedicarono, subito, alla predicazione del Vangelo ed iniziarono, sostenuti dalla simpatia e dall’entusiasmo della gente, la costruzione del convento e della chiesa. Questi due luoghi divennero ben presto punto di riferimento per la vita spirituale di tante persone le quali contribuirono anche con generosità a completare l’edificio sacro rendendolo sempre più accogliente ed impreziosito di capolavori frutto del talento dei più insigni maestri d’arte del tempo. Storia, arte e fede: potremmo sintetizzare così il tempo che dalle origini scorre fino al 1797. Da questo momento ha inizio il periodo più triste; prende avvio il dominio francese e la soppressione degli ordini religiosi. I frati, che avevano occupato il convento per più di cinque secoli, vennero espulsi; il chiostro trecentesco trasformato in deposito della legna per la forneria generale delle caserme cittadine; i locali conventuali occupati dai soldati o adibiti a deposito. Cacciati i frati, la chiesa fu affidata alla custodia di due sacerdoti. Per il nostro Ordine la soppressione napoleonica segnò il periodo peggiore, un’autentica bufera. In poco più di cento anni il numero dei frati subì una flessione enorme passando da 25.000 a 1.400. Un sogno era però sempre rimasto vivo nel cuore dei figli di Francesco d’Assisi: passata la tempesta poter ritornare nei luoghi dai quali con la forza erano stati cacciati. Un desiderio che trovò realizzazione nel primo ventennio del secolo scorso. In pochi anni furono riconsegnati ai frati conventi ricchi di storia e di prestigio: i Frari a Venezia, San Francesco a Treviso, san Lorenzo a Vicenza. E il 28 ottobre 1928 pure la chiesa di S. Francesco in Brescia. Quel giorno il P. Generale dell’Ordine accompagnava pochi frati in un convento disastrato, in una chiesa spogliata e in cattivo stato. Ma fu momento di intensa commozione: il complesso francescano tornava ad essere abitato dai figli del Poverello di Assisi e la città aveva nuovamente i francescani conventuali. Un evento che segnò profondamente la vita di un giovane che chiese subito di potersi unire a quei frati per condividere l’ideale e la vita, per sempre, entrando in convento. Questo giovane si chiamava Giacomo Bulgaro. Mons. Nazzari, sua guida spirituale, lo presentò così “Reverendissimo Generale, questi è uno che vuole farsi frate. Faccio io la firma e assumo su di me tutta quanta la responsabilità per lui”. 80 anni dunque del ritorno del frati, ma pure dell’ingresso di fra Giacomo in convento. Inizia proprio in questa data l”avventura” straordinaria di questo semplice ed umile calzolaio che diviene frate e che condurrà una vita santa. Accanto a lui e come lui molte altre figure stupende di religiosi esemplari per fedeltà, abnegazione, dedizione e ministero. Ricordo, ad esempio, P. Dionisio Vicente, frate spagnolo, che fu direttore spirituale di fra Giacomo. Tornato in Spagna mentre infuriava la guerra civile, coronò la sua vita con il martirio ed è oggi annoverato fra i Beati della Chiesa. Per la nostra Provincia religiosa quello di Brescia è uno dei conventi più significativi anche perché luogo della formazione dei giovani che si avvicinano alla vita religiosa: da prima sede del ginnasio, poi del liceo, accoglie ora i Postulanti: giovani in ricerca vocazionale che si preparano al periodo del Noviziato. Mi piace richiamare anche la ricchezza apportata dalla presenza del Terz’Ordine francescano che ha avuto nel beato Giuseppe Tovini la figura più insigne per santità; della Gioventù Francescana, della Milizia dell’Immacolata. Il 26 ottobre: una data per ricordare. Fare memoria è raccontarci le meraviglie, è rivitalizzare le proprie radici per produrre ancora frutti maturi e gustosi, in quella "fedeltà creativa" alla quale la Chiesa ci esorta. Fare memoria è leggere “con simpatia critica” i fatti e gli avvenimenti: la “simpatia” ci induce ad assumere la storia passata come nostra, ad amarla anche nei suoi aspetti vari, a ricuperare in essa gli atteggiamenti per continuare il cammino; la “critica” ci invita a non fermarci alla superficie accontentandosi di conoscere il succedersi di episodi, ma a scoprire e indicare i “germi di novità” che aprono e fondano la speranza. Fare memoria è invito a guardare al passato per progettare il futuro. Le iniziative che la comunità dei frati propone in questa ricorrenza non mirano tanto ad esaltare un momento storico, ma vogliono offrire l’opportunità per una riflessione sul significato e il valore di una presenza francescana in questa chiesa locale; sull’importanza che la chiesa di san Francesco ha nell’itinerario di fede di tante persone; sulla figura del servo di Dio fra Giacomo Bulgaro cui tanti di voi sono particolarmente legati e devoti. Trovo significativo concludere richiamando le parole di Mons. Francesco Beschi, Vescovo ausiliare della città: “In Brescia ci sono tante belle chiese e noi bresciani le visitiamo volentieri. Ma poi veniamo tutti a questa chiesa di San Francesco; in essa troviamo una bellezza e una spiritualità che affascina e prende il cuore: Qui sembra che la preghiera fluisca con più facilità e spontaneità, qui veniamo per attingere il perdono di Dio, qui ci sentiamo a casa nostra”. P. Leopoldo Fior Superiore del Convento S. Francesco
w Nuova pubblicazione sul Santuario della Pieve
In occasione della conclusione dei restauri del santuario di S. Maria Nascente, detta della Formigola, a Corticelle Pieve - luogo frequentato e venerato da fra Giacomo - è stato presentato il nuovo volume, curato da Floriana Maffeis e corredato dalle foto di Valter Locatelli, dal titolo “Inteso che quella Madonna della Pieve facea miracoli – Corticelle 1625”. È il resoconto trascritto dalle note del processo istituito, in quell’anno, dal vescovo di Brescia per appurare la verità su presunte grazie e miracoli operati da una immagine della Beata Vergine Maria dipinta sul muro, dietro l’altare maggiore, nella chiesa della Pieve. L’effigie della Madonna, in alcuni momenti, a detta di vari testimoni, aveva aperto e chiuso gli occhi. Dal vescovo furono inviati a verificare i fatti due eminenti persone che, dopo un’attenta verifica, dichiararono inverosimile l’accaduto e posero delle restrizioni nella celebrazione delle liturgie presso la chiesa. Il manoscritto, reso leggibile dalla trascrizione posta a lato dell’originale, proviene dalla Biblioteca civica di Breno ed è una testimonianza della fede genuina e profonda della popolazione rurale che gravitava attorno a questo santuario mariano agli inizi del 1600.

 

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