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w Trascrizione dall’originale allegato Mi chiamo Rachele Tomasoni ed ho 56 anni. Vivo alla Noce, zona periferica di Brescia, ormai da parecchi anni, ragion per cui i giretti al centro si diradano col tempo sempre di più. Ma voglio testimoniare un fatto che, proprio grazie ad un mio ritorno in città, si è potuto verificare. Mia madre, nella primavera dl 2005, mi chiese un giorno di portarla alla chiesa di San Francesco in prossimità della Pasqua. Di buon grado accettai: andare in una chiesa era l’occasione anche per me di meditare un poco, visto che, pur essendo fondamentalmente credente, spesso e volentieri, con le scuse più assurde, “saltavo” la messa. Mia madre quindi, prima di lasciare la chiesa, mi portò a pregare sulla tomba di Fra Giacomo. Non sapevo nemmeno che fosse esistito, però mi soffermai davanti alla sua immagine sorridente e presi con me alcune sue immaginette. Da bambina visitavo spesso S. Francesco, visitavo il chiostro in occasione della festa di S. Antonio, però quel frate non mi tornava in mente. Il tempo passò, tenevo sempre con me un’immagine di Fra Giacomo, non so il perché; forse era il suo sorriso che mi rasserenava. Ed avvenne che una sera dell’estate 2005 mia madre, di sera tardi, mi telefonasse: “il papà sta male,non si riesce a scaricare. Vieni! Ho chiamato anche tuo fratello…” Come in un film, ricco di colpi di scena, le cose si susseguirono veloci. Chiamammo la guardia medica. Mio padre stava sempre peggio, dolorante, lui che era una roccia. Il medico intuì qualche cosa di grave e ci disse di portarlo al pronto soccorso. Fu accettato alla Poliambulanza il 31/08/2005 all’una e mezza di notte. Ma già nel pomeriggio dovettero intervenire chirurgicamente d’urgenza.. E c’era un bel tumore al colon. Ce lo disse uno dei medici spiegandoci che l’operazione era andata bene, ma bisognava attendere il decorso, perché avevano dovuto “tagliare e cucire” molto e perché il papà aveva ottant’anni. Lo portarono al suo lettino n° 23 e ci dissero che era sedato, tutto regolare e che praticamente non era necessario nessuno, visti i controlli regolari e frequenti degli infermieri. Io però rimasi, non volevo, lasciarlo solo; guardavo la flebo, controllavo visivamente i dati delle apparecchiature, pensavo che quando si fosse svegliato e mi avesse visto sarebbe stato contento di vedere la figlia, perché lui aveva sempre avuto una certa “allergia” per medici ed ospedali e questa situazione gli era piombata addosso senza troppi complimenti. Ma la stanchezza, la tensione, nonostante la mia buona volontà, ebbero la meglio su di me. Anche se la poltrona era scomodissima verso le 2.30 del 1 settembre 2005 io mi addormentai. Ma un rumore forte m,i svegliò di soprassalto. Un grosso vaso di vetro era caduto, fracassandosi, proprio nel corridoio. Guardai immediatamente mio padre: il suo profilo era cadaverico, imperlato di sudore e non respirava più. L’orologio segnava le 3 e 42. Mi misi ad urlare, suonai il campanello e svegliai tutti nella notte. Nel corridoio non c’era nessuno, nessun vaso rotto. Ero stata chiamata nel sonno. “Mio padre è morto! Aiuto!”. Frazioni di secondo. Scuotevo mio padre e lo chiamavo: “Papà! Papà!”. Infermieri e dottori piombarono nella stanza. Piango ancora mentre ricordo. Mi mandarono fuori. E fuori tenevo in mano l’immagine di fra Giacomo. Come una pazza. Gli dicevo: “Aiutami, salva mio padre! È colpa mia, mi sono addormentata!”. Poi mio padre non conosceva,non era presente con la testa ed i dottori impazzirono al suo capezzale. Quasi davo le testate al muro nel corridoio. Gli ammalati vicino mi dissero di stare calma. Maio gridavo: “Non voglio che diventi un vegetale! Non conosce più!”. Dopo un’eterna mezz’ora mi lasciarono tornare al capezzale ed un medico mi disse di accendere in chiesa non una candela, ma un “candelone”. Mio padre mi riconobbe. Dissi ai medici che per me era un miracolo e francamente anche loro non seppero cosa dire. L’ossigeno al suo cervello per un po’ non era arrivato. Ma fortemente io credo che fra Giacomo quella notte drammatica mi aiutò, quando si ruppe con fragore quel vaso inesistente alle 3,42, in un corridoio vuoto. Se non avessi sentito quel rumore, così nitido, così forte, mio padre anche per un solo minuto di ritardo, sarebbe morto. Testimonio questo con fede, semplicemente. Io mi ero affidata a Dio, certo, ma pregavo il mio “intermediario”. Stropicciavo quasi la sua faccia nell’immaginetta a forza di parlare con lui, dicendogli anche che ero una cristiana comoda, che pregavo nel momento del bisogno. Che “facevo bello” a volere, perché bisognerebbe soprattutto ringraziare quando si sta bene. L’immaginetta di quella notte l’ho donata ad una signora disperata per la madre, sempre in quell’ospedale. Le ho detto di pregare ed avere fede. Documento firmato


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