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La chiesa e il convento San Francesco di Brescia.

I frati di San Francesco si stabilirono a Brescia nel 1220-1221.
Ottennero un primo piccolissimo convento presso la chiesa di S. Giorgio Martire, sulle pendici del castello, all'inizio del quartiere mercantile nel suburbio occidentale della città.
Nella primavera del 1254, per festeggiare la vittoria contro Ezzelino da Romano e la liberazione della città dal suo controllo politico, il popolo di Brescia e il suo Vescovo decisero la costruzione di un nuovo convento francescano «in circuitu civitatis Brixiae, post burgum Sancti Nazarii».
I lavori furono portati a compimento nel 1265.
La chiesa è a tre navate, divise da sei alti e slanciati pilastri circolari con capitelli a foglie piatte dalla punta accorciata, che sorreggono archi a lieve sesto acuto. E' tutta in mendolo, dalla marcatura sobria e severa secondo quella sensibilità, tipicamente bresciana, per le superfici liscie e piene. Tre sono le navate, ma di tale apertura sono gli intercolumni che la Chiesa pare "a sala"; le navate laterali sono coperte dal tetto a vista, mentre la centrale è con copertura a carena trilobata.
Verso la fine del secolo XIII fu eretto anche il campanile. Il tempio, come altri monumenti, nei suoi otto secoli di storia ha subito ritocchi che ne alterarono la primitiva semplicità francescana. Si cominciò nel 1300 con la costruzione ai lati del presbiterio di due cappelle. Si passò poi ad affrescare le pareti che per un secolo erano state lasciate nella loro austera nudità e si aggiunse alla chiesa il bellissimo chiostro.
Nel secolo XV l'insieme della chiesa e del convento raggiunse il suo massimo splendore, anche per l'opera di un grande frate bresciano, Francesco Senni detto «Sanson», divenuto Generale dell'Ordine Francescano.
P. Sanson provvide alla costruzione del coro intarsiato, delle cappelle laterali a sinistra e degli altari marmo rei a destra. Rinnovò la sacrestia con gli stupendi intarsi di Filippo Morari da Soresina.
Nel periodo barocco una volta pesante in muratura coprì il soffitto di legnò; furono aggiunti stucchi e murature che snaturarono del tutto lo stile della chiesa.
Con l'avvento dei francesi nel 1797, i frati furono cacciati. Venne incamerato il complesso francescano, furono disperse le opere e la biblioteca. Si salvarono per miracolo i magnifici corali del XV secolo, fatti eseguire da Padre Sanson.
La Chiesa fu chiusa e venne riaperta al pubblico nel 1808 officiata da un sacerdote diocesano.
A risanare le ferite del tempo fu chiamato nel 1839 un bravo architetto bresciano, Rodolfo Vantini, che diede alla chiesa una veste neoclassica, mascherando un tempio del Duecento in una scialba e fredda chiesa del primo ottocento. Si aggiunsero quindi le vicende politiche del nostro Risorgimento: nel 1859-61 la chiesa fu ridotta a deposito militare, finche riaperta alla fine dell'Ottocento si avviò ad una lenta rinascita.
Nel 1926, centenario della morte di S. Francesco d'Assisi, la chiesa e il convento furono restituiti ai legittimi proprietari, i Frati Minori Conventuali che ne sono gli attuali officiatori.

LA CHIESA

La facciata, di stile romanico-gotico, è tipicamente lombarda per la terminazione a capanna, segnalata dalle archeggiature in cotto e divisa in tre scomparti da sottili paraste.
Sopra il portale ad arco tutto sesto, semplicissimo, diviso da un cornicione in cotto ad archetti e losanghe, splende il motivo tipico lombardo del rosone, che anima tutta la facciata.

INTERNO

L'interno della chiesa ha la forma basilicale: tre navate dagli archi leggermente acuti, prive di transetto, quelle laterali assai più basse della centrale, sostenute da dodici colonne di forma cilindrica, formate da blocchi di pietra grezzamente lavorate.
Le tre navate hanno gli intercolumni così aperti che danno alla chiesa uno spazio di sala.
Le navate laterali sono coperte dal tetto a vista, mentre la navata centrale è coperta dal tetto a carena trilobata, diviso a cassettoni.
Nel 1950 la Sovrintendenza delle Belle Arti, ripristinò l'antico soffitto, abbattendo quello barocco, dalla volta a botte affrescata,
e completò l'opera di restauro con la posa dell'attuale pavimento in marmo rosso di Verona, che conferisce una nota calda all'interno austero.

NAVATA DI DESTRA

La parete della navata di destra è coperta dai cinque grandi altari marmorei eretti alla fine del Quattrocento, elegantissime architetture del Rinascimento attribuite ad Antonio Zurlengo.
In precedenza essa era affrescata in grandi riquadri ispirati al poema dantesco con vivacità di scene movimentate e con notevole efficacia plastica.
Appena entrati a destra si trova il primo altare, dedicato a S. Girolamo, costruito nel secolo XVI.
Al centro dell'altare splende la bella tavola ad olio del Moretto (Alessandro Bonvicino, detto il Moretto 1498-1554), raffigurante la martire S. Margherita tra S. Girolamo e S. Francesco di Assisi.
La tavola datata nel 1530, come si vede in basso.
Nel centro spicca la maestosa figura della Santa, dalla bellezza quasi tizianesca, che tiene nella sua mano destra la Croce e schiaccia con un piede la testa del drago.
In questa pala il Moretto si ispira alla sonora bellezza della pittura veneziana. L'espressione dei Santi è profondamente mistica, e bello è il cromatismo del manto rosso di S. Girolamo che spicca sulla sua veste candida e il saio grigio-perla di S. Francesco.
Nella lunetta dell'altare Callisto Piazza da Lodi (1500-1561) affrescò la Visitazione.

SECONDO ALTARE A DESTRA

È dedicato a S. Michele; l'architettura, di squisita eleganza, è del 1497.
La pala è di Pietro Rosa (1542-1619), discepolo prediletto di Tiziano, raffigura l'Arcangelo Michele che scaccia Lucifero dal cielo.
Le colonne sono scolpite in scarso rilievo con soggetti vari: San Francesco che riceve le stimmate, S. Caterina coi simboli del martirio, S. Lorenzo e altri motivi di derivazione classica.

AFFRESCO DELLA PIETA’

Di un maestro del sec. XIV è il bellissimo affresco di scuola giottesca, raffigurante la "Pietà",
Il nero manto della Vergine, che abbraccia il Figlio, contrasta col cereo pallore del Cristo, che, pur nella rigidezza della morte, conserva un'espressione di dolce abbandono.
Un semplice sarcofago fa da base alla severa composizione, nella quale il collegarsi delle figure plastiche, il lividore delle luci sulle rocce bianco-verdicce, sui visi terrei presuppongono la diretta conoscenza nell'artista del capolavoro giottesco della Cappella degli Scrovegni di Padova.
E difficile dire quando il nuovo linguaggio giottesco creato a Firenze e poi diffuso in Romagna, a Padova, a Verona e a Milano, sia giunto anche a Brescia.
Qualcuno attribuisce l'affresco al padovano Francesco Squarcione (1397-1474); ma più probabilmente lo si deve ad un ignoto artista locale del principio del secolo XIV, ispirato alla tradizione giottesca.
Per la datazione sarà utile ricordare il particolare della somiglianza delle aureole, rilevate con fiorellini, che si ritrovano anche in affreschi del battistero di Varese del secolo XIII.
L'affresco è stato staccato dalla parete e rimesso al suo posto nel 1967; nello stacco è venuta alla luce anche la sinopia dello stesso affresco.

TERZO ALTARE A DESTRA

È dedicato al francescano San Giuseppe da Copertino (1603-1663). L'altare è stato costruito nel 1700.
Nel mezzo dell’architrave vi è lo stemma di Giovanni Martinengo, commissionario dell’altare.
La pala opera di Angelo Paglia (1681-1763), raffigurante il Santo dei voli in uno dei suoi caratteristici estatici voli verso la croce.

LA DISCESA DELLO SPIRITO SANTO

Di un altare dedicato nel 1520 allo Spirito Santo non rimane che l'affresco di Girolamo Romanino.
Si tratta di opera ancora giovanile del grande maestro bresciano. l fermento serpeggia tra la folla assiepata intorno alla vergine.
L'affresco fu intonacato alla fine del Seicento, ma riscoperto nel 1929 e restaurato da Mauro Pellicioli; fu strappato e restaurato nuovamente nel 1959.

QUINTO ALTARE DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

È dedicato al Santo titolare della chiesa stessa.
La tela, opera del secolo XV-XVI, mostra un'antica immagine di San Francesco d'Assisi. Vi si legge, in alto, l'iscrizione: «Vera et (origi)nalis effigies D(ivi) P(atris) Francisci dum viveret a. MCCXI». Gli angeli che incorniciano l'immagine di San Francesco sono opera di Sante Cattaneo (1739-1819).

TEORIE DI ANGELI, SANTI E BEATI

Situati in alto, lungo la navata destra della Chiesa, vi sono due grandi tabelloni, ora quasi illeggibili, formati da ordini sovrapposti di busti di Angeli, Santi e Beati che facevano parte probabilmente di una composizione più estesa, la cui struttura riporta alla solennità della pittura bizantina.
Furono restaurati nel 1930, nel 1936 e dopo i bombardamenti del 1943.

AFFRESCHI DELLA PARETE DESTRA

Le severe pareti primitive erano state lasciate nella loro austera nudità per circa mezzo secolo.
La prima decorazione pittorica, della quale furono scoperti alcuni frammenti, non è anteriore all’anno 1310. A destra della porta che dà nel chiostro, c'è un affresco raffigurante una regina vestita di porpora che presenta due bambini, probabilmente alla Madonna o a S. Francesco, dietro la regina si scoprono altri due giovinetti.
La regina raffigurata probabilmente è S. Elisabetta, Regina d’Uno gheria, morta nel 1231 e canonizzata nel 1235, terziaria e patrona dell'Ordine Francescano Secolare.

Sopra la porta del Chiostro, un altro affresco raffigura la Madonna col Bambino tra Sant'Anna e le Sante Caterina e Apollonia. L'affresco è attribuibile a Giovanni Bembo cremonese (1376-1440) caposcuola di una famiglia di pittori importanti per la pittura lombarda.

A destra della porta che dà nel chiostro, rimane un frammento di affresco, raffigurante S. Antonio Abate con barba fluente e due dita levate in atto benedicente.

Procedendo a sinistra della porta che dà nel chiostro, si trova disegnato un trittico, raffigurante al centro la Madonna col Bambino e ai lati due santi, dei quali solo quello di destra, rappresentato con le bilance e le ampolle (S. Antonino), è visibile.

Seguono due Madonne col Bambino; la seconda, assai graziosa, è stata quasi tutta rifatta dal restauratore.

Un altro affresco votivo, dei primi del 1400, rappresenta una Santa aureolata dal manto rosso sul quale spicca il bianco ermellino che le circonda il collo. Presenta alla Vergine, seduta in trono, un guerriero inginocchiato e con l’elmo.

Datati 1431 sono alcuni affreschi che si trovano vicino alla porta che immette nella sacrestia:
- S. Giorgio e la principessa
- Alla destra dell’affresco di S. Giorgio, si vedono alcuni frammenti di un altro affresco votivo, di carattere storico, molto rovinato.
Forse si tratta dell’episodio della resistenza di Brescia guelfa contro l'imperatore Arrigo VII nel 1311. Il prode Tebaldo Brusato che la guidava, fatto prigioniero dagli imperiali, fu poi orribilmente ucciso, e la città fu privata di tutte le libertà.

CAPPELLA DI SAN PIETRO

Fino al 1300 vi erano qui due cappelle dedicate a S. Paolo e a S. Michele, trasformate poi in unica cappella verso la fine del 1400. Tra la fine del 1500 e i primi del 1600, ebbe la definitiva sistemazione, qual'è ancor oggi.
Del periodo barocco sono gli stucchi delle pareti e della volta. Durante il restauro del 1939 venne alla luce l'affresco trecentesco di S. Pietro, che apparteneva ad una delle cappelle primitive e che ora fa da pala all'altare.
S. Pietro alza la destra benedicente, mentre con la sinistra regge il vangelo e le chiavi d'oro che gli pendono dal polso.
Al di sopra del viso aleggiano due cherubini, recanti esilissimi fiori stilizzati.
La frontalità del santo, la posa della mano destra, i grandi occhi fissi mostrano reminiscenze bizantine.
Nel soffitto, affrescato da Pietro Avogadro (1659-1737) erano rappresentati fatti della vita di S. Pietro, perduti nel bombardamento del 2 marzo 1945.
Rimangono però dello stesso autore i due grandi quadri nelle pareti laterali, raffiguranti a sinistra: Anania che cade fulminato ai piedi di Pietro; a destra: S. Pietro che risuscita la fanciulla Tabìta.

PRESBITERIO
PALA DEL ROMANINO

È dominato dalla Pala di Girolamo Romanino (1486-1560). Con l'analoga pala di S. Giustina a Padova, questa di S. Francesco è tra le opere più celebrate del maestro.
Siede la Vergine con il Bambino che dolcemente guarda i Santi in assorta preghiera. Sono: a sinistra S. Francesco d'Assisi, S. Bonaventura e il committente, fra Francesco Sanson; a destra: S. Antonio di Padova, San Lodovico, vescovo di Tolosa, e S. Bernardino da Siena.
Il gruppo sfolgora nelle accese tonalità della tunica purpurea della Vergine e nelle deliziose sete e velluti dei santi vescovi francescani.
La tavola (m. 3,24 x 1,93) è incorniciata nella ricca soasa (m. 6 x 3,50) intagliata in legno dal bresciano Stefano Lamberti (1482-1538).
La tavola e la soasa, furono compiute intorno a1 1510.

La pala ha la sua storia: nel 1497 il ministro generale dei Frati Minori Conventuali Francesco Sanson volle per la sua chiesa di S. Francesco a Brescia una grandiosa pala dipinta da Leonardo da Vinci, che in Milano aveva appena finito il Cenacolo. Leonardo si assunse l'incarico, comperò la tela necessaria, gettò un rapido schizzo con sette santi francescani, i due Apostoli Pietro e Paolo e i due martiri bresciani Faustino e Giovita. Poi il progetto fu abbandonato.
La commissione fu data, in seguito, a Girolamo Romanino.
Sono scomparsi gli sportelli eseguiti a tempera dallo stesso Romanino, con scene della vita di San Francesco.

PALIOTTO DELL’ ALTARE MAGGIORE

È una notevolissima opera in marmo (m. 0,58 x 2) del 1480 circa, suddivisa in tre riquadri da colonnette a candelabro; nello scomparto centrale è scolpita in altorilievo la Natività.
L'attribuzione è incerta.

NAVATA DI DESTRA
CORO

Pregevoli tarsie alla certosina, adornano il coro di S. Francesco d'Assisi, fatto costruire, come dice l'iscrizione, vergata nel primo stallo a sinistra, da P. Francesco Sanson nel 1493, opera, di Filippo Moroni da Soresina.
Alcuni motivi decorativi compaiono nelle tarsie degli armadi e nel bancone della sacrestia, anche questi fatti eseguire da P. Francesco Sanson. Furono restaurati nel 1913 da Luigi Arcioni.

L'ABSIDE

L'abside è poligonale; nella volta del coro ancora goticheggiante, in cinque spicchi, sono raffigurati, al centro, Cristo e ai lati gli Evangelisti coi loro simboli. Nelle quattro lunette delle pareti ci sono quattro Padri della Chiesa, che fiancheggiano la scena della Madonna con Bambino, tra angeli, opera del bresciano Bembo, maestro e compagno del Foppa.
I quattro Padri della Chiesa sono, a partire da sinistra, S. Gerolamo, nobile figura di vecchio, il gomito destro puntato sullo scrittoio. Seguono S. Agostino e S. Gregorio, che, essendo privi dei loro simboli, non rendono facile l'identificazione. Infine S. Ambrogio, anch'egli seduto allo scrittoio, vestito di piviale rosso e camice bianco.
Negli spicchi della volta notiamo, da sinistra:
S. Matteo, molto rovinato, con alla sinistra l'angelo. S. Giovanni, era privo della testa.
Al centro: Il Redentore, coperto dal manto rosa mosso dal vento, con in mano il globo azzurro.
S. Luca con il toro alla destra e il manto sulle spalle in atto di scrivere sopra un foglio sulle ginocchia; e infine S. Marco con il manto verde e il leone alla sua sinistra.
Gli affreschi della volta, opera del Romanino, furono visibili fino a quando Vantini non diede forma neoclassica alla Chiesa e solo nel 1920 vennero rimessi in luce. La loro datazione può collocarsi tra il 1520-1525.

CAPPELLA DI S. ANTONIO

Risulta anch'essa dalle due preesistenti, dedicate a S. Francesco d'Assisi e a S. Antonio di Padova.
Sull'altare la pala di Angelo Paglia: il Santo in preghiera mentre gli appare il Bambino Gesù. Fu restaurata nel 1937 da Angelo Sala.
Sulla parete sinistra della cappella restano due tele ex-voto di Pietro Ricchi detto il Lucchese (1606-1675); una col ritratto dei signori Moroni che ringraziano il Santo per il miracolo avvenuto a Brescia; la scena che continua nella seconda tela dove si vede la Madonna che indica la via del ritorno al figlio.
Sulle pareti ci sono, due delle migliori tele di Francesco Maffei (1625-1660), vicentino, che rappresenta uno dei tanti miracoli, attribuiti a S. Antonio di Padova; vi si notano influssi del Greco e del Caravaggio.
Nei restauri del 1938 vennero alla luce alcuni affreschi dai colori vivaci che si riferivano, probabilmente, ad episodi miracolosi di S. Antonio.

PRIMA CAPPELLA A SINISTRA, S. MASSIMILIANO KOLBE

Anche tutta la parete di sinistra, come quella di destra, era affrescata fino al 1400, quando venne demolita per la costruzione delle sette cappelle laterali.
In origine questa cappella, fatta costruire dai conti Martinengo Villachiara, era dedicata a S. Lodovico; l’ingresso mostra elementi cari al Rinascimento, con arco, festoni di fiori e frutti. L’altare era dedicato a S. Orsola, come si vede dal bell’intarsio di marmi policromi al centro dello stesso, opera del ‘700.
Sopra l'altare collocato il trittico di Girardi Adriana, dedicato a san Massimiliano Kolbe e ispirato da un suo detto:L'odio distrugge, l'amore crea. È opera del 1986.
A sinistra figura una lapide funeraria in memoria del francescano Fra Pietro Baiamonte accolto nell'Ordine fancescano dallo stesso S. Francesco.
A destra vi è collocato l'affresco della pietà. Staccato da una cappella privata di una dimora signorile, in contrada Carmine, e donato alla chiesa nel 1919, pone molti problemi di attribuzione che vanno dal Romanino a Francesco di Prato da Caravaggio, seguace del Romanino.
Sulla stessa parete affiorano frammenti di affreschi, probabilmente di Camillo Rama, allievo di Palma il Giovane, coperti nel 1839.
L'architettura della cappella è attribuita allo Zurlengo: fino al 1811 vi era esposta una pala del Romanino raffigurante la Vergine in trono col Bambino e i Santi Lodovico e Rocco, donata dal Viceré austriaco ai Conti Lechi, i quali la cedettero all'Accademia di Berlino, dove si trovava fino al 1945, quando fu distrutta da un bombardamento aereo.

Gli affreschi del sec. XIV, collocati in questa cappella dopo il loro restauro del 1967, erano prima nella parete destra, tra il secondo e il terzo altare, e si rifanno alla corrente tosco-padovana che fa capo a Giusto dei Menabuoi ed ad Avanzo. I riquadri, di formato ridotto, divisi da fasce bianche e rosse, con scritte gotiche, sembrano derivati da altri affreschi o da miniature.
Mostrano una composta semplicità nell’architettura ridotta al minimo, per suggerire gli interni, in cui si svolgono le scene, derivate dai vangeli apocrifi. Le figure bene raggruppate, ma piuttosto tozze, hanno però un forte senso plastico nel panneggio ampio a pieghe fortemente rilevate.
In occasione della canonizzazione del francescano conventuale S. Massimiliano Maria Kolbe nel 1982 venne a lui dedicata questa cappella, nella quale fu collocata la tavola del pittore Renato Laffranchi (1982).

CAPPELLA DEL SACRO CUORE

È detta anche cappella Brunelli, dalla nobile famiglia che la fece edificare e di cui resta il sarcofago a sinistra. In origine fu dedicata a S. Maria Maddalena.
Lo stemma gentilizio è opera di uno scultore bresciano del 1500.
Gli affreschi sono del 1600 e 1700, mentre la cupola è decorata con prospettive illusionistiche.
Nella parete sinistra, di fronte al sarcofago di Gaspare Brunelli, che volle nel 1494 rendere più spaziosa la cappella, è posta la tela ad olio di Pietro M. Bagnadore raffigurante la strage degli innocenti.
Di questo pittore di Orzinuovi (BS) (1550-1620) rimangono quadri ed affreschi mediocri, mentre è più ricordata la sua opera di architetto, come si può vedere nelle linee delle chiese bresciane di S. Afra e della Madonna del Uno.

CAPPELLA DI S. ANGELA MERICI

Questa cappella, della famiglia dei Calzavellia (1500), di cui restano le lapidi funerarie nel pavimento, ripete architettonicamente quella precedente della famiglia Brunelli.
Fu dedicata a S. Margherita martire, il cui quadro del Moretto, ora a destra dell'ingresso della chiesa, campeggiava nel centro.
Nel 1819 già esisteva un altare dedicato a S. Angela Merici (1474-1540), fondatrice delle Suore Orsoline.
Il quadro rappresenta la santa col bastone di pellegrina e in abito di terziaria francescana.
Nel settembre 1883 Luigi Campini affrescò le due lunette e la cupoletta con le quattro virtù cardinali.

CAPPELLA DELL'IMMACOLATA

Fu costruita nel 1477 dall'architetto Antonio Zurlengo e decorata dal trevigliese Bernardino Zenale.
Per la peste del 1630 una mano di calce ricoprì tutti gli affreschi e fu ridipinta nel 1700, con perdita anche della primitiva architettura, rimasta invece ben conservata all'esterno.
La cappella colpisce per il fasto abbondante, a cominciare dalla deliziosa balaustra in marmi variati e dall'ottima composizione scultorea.
Sull'altare campeggia la pala (m. 4,60 x 2, 15) di Grazio Cossali, un pittore di Orzinuovi (1563-1629), tra i più rappresentativi del ‘600 bresciano, con spiccato senso coloristico. È firmata e datata nel 1603.
Nel 1737 il milanese G. Battista Sassi (1680-1750), per intonare la pala al concetto unitario degli affreschi, aggiunse in alto le figure dell'Eterno Padre e dello Spirito Santo, mentre nelle architetture, affrescate dai lombardi Giacomo Lechi ed Eugenio Ricci, sempre il Sassi e Antonio Cucchi dipinsero le storie di Ester e di Giuditta e, nei pennacchi, le figure di Profeti e di Evangelisti.
Il lavoro migliore del Sassi è quello della cupola, dove sviluppa la profezia della Redenzione con figure del Vecchio Testamento e simboli cristiani.
Opera notevole sono gli stalli intarsiati dai fratelli Benedetto e Battista Virchi (1548-1553), discepoli di Fra Damiano da Bergamo.

CAPPELLA DELLA SS.MA TRINITÀ

L'architettura della cappella è opera dello Zurlengo e di Filippo di Caravaggio.
Nell'interno nulla più è rimasto delle antiche strutture e quanto ora si vede è del 1700 ad eccezione dell'antica pietra dell'altare e delle lapidi del pavimento che vi sono state collocate durante i restauri de11952.
Nel 1783 Giuseppe Tortelli da Chiari dipinse la pala dell’altare che mostra al centro l'Eterno Padre che con ampio gesto benedice il Figlio, il quale tiene sulla destra la Croce e con la sinistra indica, verso il basso, un globo terrestre sostenuto da angeli.
Nell'alto lo Spirito Santo in forma di colomba irradia luce.

CAPPELLA DEL CROCIFISSO

Degli stessi autori, lo Zurlengo e Filippo da Caravaggio, è l'archi- tettura della cappella del Crocifisso, in precedenza dedicata a S. Bonaventura.
Pietro Marone (1548-1625) ne aveva dipinto la pala, ora perduta, in cui erano raffigurati, con la Vergine e il Bambino, S. Giovanni Battista, S. Francesco, S. Bonaventura e S. Bernardino.
Nel 1700 vi fu trasportata questa tavola trecentesca (m. 4, 10 X 2,60) e da allora la cappella fu dedicata al Crocifisso.
L'opera è degli inizi del trecento, rarissimo esempio di dipinti lombardi su tavola ed è di notevole qualità.
Il Cristo morto reclina il capo quasi in ascolto delle preghiere dell'umanità; dal costato e dalle mani zampilla il sangue di un rosso prezioso.
Non è il Crocifisso glorioso dell’arte bizantina ma il Cristo Redentore nell'abbandono della morte.
La tavola è tagliata in forma di croce, ai cui margini era stata applicata una leggera cornice con fregi barocchi. La soasa è del 1600.

CAPPELLA DI S. GIUSEPPE

Fu fatta edificare dalla corporazione artigianale "dei marangoni", in onore di S. Giuseppe operaio, suo patrono, nel 1400.
È opera degli stessi architetti delle precedenti cappelle e fu molto rimaneggiata tra il 1600 e il 1700.
Più tardi vi fu collocata la bella pala raffigurante lo Sposalizio della Vergine con S. Giuseppe.
È un dipinto a olio su tavola (m. 2,71 x 1,93) opera del pittore Francesco di Prato da Caravaggio, che qualcuno dice forse discepolo del Romanino.
Sulla parete destra vi è un grande quadro con l'Adorazione dei Magi di Gian Giacomo Cappello (1669-1741).

CAPPELLA DI FRA GIACOMO

Il Servo di Dio fra Giacomo Bulgaro morì la sera del 27 gennaio 1967 nel convento San Francesco di Brescia e fu sepolto nel cimitero cittadino.
La crescente fama di santità e la scoperta del suo diario, un vero scrigno di spiritualità mistica, indussero il vescovo di Brescia, mons. Bruno Foresti, a istituire un’inchiesta per l’avvio della causa di canonizzazione. Il processo diocesano, aperto il 17 novembre 1989, si concluse felicemente il 22 marzo 1991 e fra Giacomo fu annoverato nell’albo dei Servi di Dio.
Gia nell’ottobre del 1979 il parroco di Corticelle Pieve, don Ettore Capitanio, aveva domandato di poter trasferire le spoglie di fra Giacomo dal cimitero cittadino alla chiesa del suo paese natale. Il P. Provinciale, a cui si era rivolto, aveva risposto che sarebbe stato più opportuno seppellire il Servo di Dio nella chiesa di San Francesco, a Brescia. Nei 1985 il P. Provinciale si rivolse alla Curia vescovile per poter avviare le pratiche necessarie alla traslazione di fra Giacomo.
Concluso il processo canonico diocesano, nel 1991 il vescovo concesse il benestare al seppellimento di fra Giacomo in una austera cappella del Duecento, un tempo dedicata alla Madonna e denominata "cappella della Madonnetta". Subito i frati indirizzarono le necessarie richieste al Prefetto e al Sindaco della città. Il sindaco di allora, Giovanni Boninsegna, dichiarò che riteneva opportuno "accogliere ed appoggiare tale istanza a favore di un Servo di Dio e di un Cittadino che, pure in silenzio e con grande umiltà, fu una figura di grande spicco non solo spirituale, ma anche per il valido contributo dato al tessuto sociale della città con la sua lunga, operosa vita dedicata interamente al bene dei più bisognosi ed emarginati". In calce alla lettera, aggiunse: "Questo, e anche di più, bisogna fare per questo Servo di Dio". Il carteggio fu poi inviato al Ministero della Sanità che il 10 marzo 1993 autorizzò la tumulazione di fra Giacomo nell’antica cappella attigua alla chiesa di San Francesco.
Il 27 e 28 aprile 1994 una folla di cittadini accompagnò l’estumulazione di fra Giacomo nel cimitero vantiniano, il ritorno del suo corpo a Corticelle Pieve e il seppellimento nella nuova tomba in San Francesco di Brescia.
L’architetto Mario Dioni progettò il sobrio sepolcro del Servo di Dio e curò il restauro della cappella nella quale, in occasione d’una nuova ripulitura nel 2000, vennero alla luce gustosi frammenti di un drappeggio pittorico trecentesco. Fu restaurato anche il vigoroso Cristo Risorto, affresco ora attribuito al Romanino.
In tale cappella la sera del 28 ottobre 1928 il calzolaio Giacomo Bulgaro aveva incontrato il Ministro Generale dei francescani, in visita a Brescia, e trepidante gli aveva presentato la domanda di farsi frate. Il p. Generale accettò in prova quel cinquantenne che poi, per altri 38 anni, portò il saio vivendo santamente nello spirito del Poverello di Assisi.
L’espressivo ritratto di fra Giacomo è opera di Pietro Galanti, datata 1970; la Madonna, copia dell’affresco conservato nel santuario della Pieve a Corticelle, è opera di Giorgio Manenti.
La tomba di fra Giacomo, meta di incessante e raccolto pellegrinaggio, è visitata da più di 100.000 persone all’anno.

SACRESTIA

Nel 1509 frate Giacomino da Botticino, forse erede di una ricca famiglia, volle edificare una nuova sacrestia, come testimonia l'iscrizione sulla porta d’entrata.
Prima infatti la sacrestia occupava soltanto la prima metà dell'attuale e vi si accedeva da una porta, di cui rimane l’arco murato sulla parete della cappella di fra Giacomo.
Nel soffitto spiccano tre medaglioni con l’effigie di S. Antonio, S. Bernardino e lo stemma francescano delle braccia incrociate di Cristo e di S. Francesco.
La seconda parte della sacrestia è occupata sui tre lati dai preziosi intarsi di Filippo Morari da Soresina, al quale fra’ Giacomino da Botticino aveva commesso la decorazione della sacrestia e che l’autore completò nel 1511.
Nei numerosi riquadri degli schienali il Morari diede saggio della sua valentia, della genialità della sua ispirazione e della finezza di lavoro.
In fondo alla sacrestia servono come paliotto dell’altare delle reliquie due formelle intarsiate, raffiguranti S. Francesco e S. Chiara d'Assisi, del secolo XVI, tolte forse da altra parte e qui adattate.
Nella parete destra campeggia un’anconetta con la Vergine ed il Bambino, dipinto ad olio su tavola di elegante e delicata fattura, attribuita a Bartolomeo Veneto, discepolo del Giambellino, la cui probabile firma è incisa in basso alla colonnetta di sinistra.
Nella parete nord campeggia il grande Crocifisso ligneo del ‘600, di buona fattura, di autore ignoto.

CHIOSTRINO DELLA MADONNA

Le pareti del chiostrino un tempo erano tutte dipinte con opere che andavano dal primo trecento alla seconda metà del cinquecento.
Dopo gli ultimi restauri, sono apparsi sotto l’intonaco motivi ornamentali e fregi quali si ritrovano nella sala capitolare; più tarde sono le decorazioni nelle lunette delle volte, opera di Pietro Marone (n. 1548) con storie di miracoli di S. Antonio di Padova. Solo la fantasia ci permette di immaginare l'insieme di suggestione che l'architettura e pittura ottenevano in questo angolo di Paradiso.

IL CAMPANILE

Fu eretto verso la fine del secolo XIII. È costruito in pietra di Botticino; al primo piano mostra bifore a tutto sesto perfettamente romaniche, mentre nella cella campanaria le bifore sono più larghe, a sesto acuto con trafori geometrici.
Il campanile aveva subito una prima ricostruzione dopo l’incendio del 1646; fu ancora ricostruito, dalla cella campanaria in su, dopo i danni subiti nel bombardamento del 2 marzo 1945.

CHIOSTRO

Del primitivo chiostro duecentesco non è rimasto nessun vestigio; l'attuale chiostro ne ha preso il posto.
L'iscrizione incisa nella colonna d'angolo nord-est ci dice il nome dell'autore e la data di costruzione: si tratta del maestro comacino Guglielmo Frizzoni da Campione, figlio del maestro Marco Frizzoni, che fu uno dei primi architetti del Duomo di Milano tra il 1386-1387.
Il chiostro in cotto e pietra, in puro stile gotico-lombardo, è di una eleganza squisita. Fu ultimato nel 1393.
È formato da diciassette arcatelle ai lati est-ovest e da sedici arcatelle ai lati nord-sud.
Le arcatelle, a sesto acuto, poggiano su colonnine di marmo rosso di Verona, poggianti su plinti quadrati che sorreggono la base circolare delle colonne con foglie protezionali agli angoli.
Un ricco cornicione con dentelli di sega alternati, mensoline rettangolari, cordonature e listelli, conclude e dà unità alla costruzione che, verso l’interno, precedentemente aveva una copertura di capriate a vista, ma che nel 1485 dallo Zurlengo fu portata alle condizioni di volte a vela come si vede oggi.
La calda nota cromatica del rosso e la continua vibrazione chiaroscurale sulle colonne ne fanno un’opera straordinariamente viva.

LA CROCE DELLE STIMMATE
XVI Secolo; larg. m. 1,05; alt. m. 1,52

Dal tesoro della chiesa, costituito da paramenti finissimi, ricamati in oro e argento, da vasi sacri e dalle croci d'altare cesellate in argento, è rimasta per miracolo questa imponente croce del XVI secolo, sottratta ai saccheggi subiti nel tempo dalla chiesa.
La croce, di lamina d’argento con dorature, è tutta uno splendore di busti e di statuette a basso e alto rilievo, di medaglioni incisi, contornati da eleganti cornici con sfondi a smalto policromi.
La faccia anteriore porta al centro il Crocifisso. A destra il busto di S. Bonaventura, a sinistra quello di S. Ludovico, in alto il simbolico Pellicano e in basso S. Maria Maddalena.
Ai fianchi, sopra due supporti in forma di cornucopia rovesciata, si ergono due statuette: la Vergine Madre e S. Giovanni Evangelista.
Sulla parte posteriore vi è S. Francesco genuflesso che riceve le Stimmate; a destra il busto di S. Antonio e a sinistra di S. Pietro Martire; in alto S. Bernardino da Siena e sotto S. Chiara.
Nelle placchette, quattro sul davanti e cinque sulla faccia posteriore, sono rappresentate la Risurrezione, la Condanna, Veronica col Sudario, la Crocifissione, l’Incoronazione di Spine, Gesù davanti a Pilato, l'Ecce Homo, la Flagellazione, la salita al Calvario.
Nel retro del crocifisso c’è la firma dell’autore, Giovanni Francesco dalle croci e la data 1501.