|
La chiesa e il convento
San Francesco di Brescia.
I frati di San Francesco
si stabilirono a Brescia nel 1220-1221.
Ottennero un primo piccolissimo convento
presso la chiesa di S. Giorgio Martire,
sulle pendici del castello, all'inizio del
quartiere mercantile nel suburbio occidentale
della città.
Nella primavera del 1254, per festeggiare
la vittoria contro Ezzelino da Romano e
la liberazione della città dal suo
controllo politico, il popolo di Brescia
e il suo Vescovo decisero la costruzione
di un nuovo convento francescano «in
circuitu civitatis Brixiae, post burgum
Sancti Nazarii».
I lavori furono portati a compimento nel
1265.
La chiesa è a tre navate, divise
da sei alti e slanciati pilastri circolari
con capitelli a foglie piatte dalla punta
accorciata, che sorreggono archi a lieve
sesto acuto. E' tutta in mendolo, dalla
marcatura sobria e severa secondo quella
sensibilità, tipicamente bresciana,
per le superfici liscie e piene. Tre sono
le navate, ma di tale apertura sono gli
intercolumni che la Chiesa pare "a
sala"; le navate laterali sono coperte
dal tetto a vista, mentre la centrale è
con copertura a carena trilobata.
Verso la fine del secolo XIII fu eretto
anche il campanile. Il tempio, come altri
monumenti, nei suoi otto secoli di storia
ha subito ritocchi che ne alterarono la
primitiva semplicità francescana.
Si cominciò nel 1300 con la costruzione
ai lati del presbiterio di due cappelle.
Si passò poi ad affrescare le pareti
che per un secolo erano state lasciate nella
loro austera nudità e si aggiunse
alla chiesa il bellissimo chiostro.
Nel secolo XV l'insieme della chiesa e del
convento raggiunse il suo massimo splendore,
anche per l'opera di un grande frate bresciano,
Francesco Senni detto «Sanson»,
divenuto Generale dell'Ordine Francescano.
P. Sanson provvide alla costruzione del
coro intarsiato, delle cappelle laterali
a sinistra e degli altari marmo rei a destra.
Rinnovò la sacrestia con gli stupendi
intarsi di Filippo Morari da Soresina.
Nel periodo barocco una volta pesante in
muratura coprì il soffitto di legnò;
furono aggiunti stucchi e murature che snaturarono
del tutto lo stile della chiesa.
Con l'avvento dei francesi nel 1797, i frati
furono cacciati. Venne incamerato il complesso
francescano, furono disperse le opere e
la biblioteca. Si salvarono per miracolo
i magnifici corali del XV secolo, fatti
eseguire da Padre Sanson.
La Chiesa fu chiusa e venne riaperta al
pubblico nel 1808 officiata da un sacerdote
diocesano.
A risanare le ferite del tempo fu chiamato
nel 1839 un bravo architetto bresciano,
Rodolfo Vantini, che diede alla chiesa una
veste neoclassica, mascherando un tempio
del Duecento in una scialba e fredda chiesa
del primo ottocento. Si aggiunsero quindi
le vicende politiche del nostro Risorgimento:
nel 1859-61 la chiesa fu ridotta a deposito
militare, finche riaperta alla fine dell'Ottocento
si avviò ad una lenta rinascita.
Nel 1926, centenario della morte di S. Francesco
d'Assisi, la chiesa e il convento furono
restituiti ai legittimi proprietari, i Frati
Minori Conventuali che ne sono gli attuali
officiatori.
LA CHIESA
La facciata, di stile romanico-gotico,
è tipicamente lombarda per la terminazione
a capanna, segnalata dalle archeggiature
in cotto e divisa in tre scomparti da sottili
paraste.
Sopra il portale ad arco tutto sesto, semplicissimo,
diviso da un cornicione in cotto ad archetti
e losanghe, splende il motivo tipico lombardo
del rosone, che anima tutta la facciata.
INTERNO
L'interno della chiesa ha
la forma basilicale: tre navate dagli archi
leggermente acuti, prive di transetto, quelle
laterali assai più basse della centrale,
sostenute da dodici colonne di forma cilindrica,
formate da blocchi di pietra grezzamente
lavorate.
Le tre navate hanno gli intercolumni così
aperti che danno alla chiesa uno spazio
di sala.
Le navate laterali sono coperte dal tetto
a vista, mentre la navata centrale è
coperta dal tetto a carena trilobata, diviso
a cassettoni.
Nel 1950 la Sovrintendenza delle Belle Arti,
ripristinò l'antico soffitto, abbattendo
quello barocco, dalla volta a botte affrescata,
e completò l'opera di restauro con
la posa dell'attuale pavimento in marmo
rosso di Verona, che conferisce una nota
calda all'interno austero.
NAVATA DI DESTRA
La parete della navata di
destra è coperta dai cinque grandi
altari marmorei eretti alla fine del Quattrocento,
elegantissime architetture del Rinascimento
attribuite ad Antonio Zurlengo.
In precedenza essa era affrescata in grandi
riquadri ispirati al poema dantesco con
vivacità di scene movimentate e con
notevole efficacia plastica.
Appena entrati a destra si trova il primo
altare, dedicato a S. Girolamo, costruito
nel secolo XVI.
Al centro dell'altare splende la bella tavola
ad olio del Moretto (Alessandro Bonvicino,
detto il Moretto 1498-1554), raffigurante
la martire S. Margherita tra S. Girolamo
e S. Francesco di Assisi.
La tavola datata nel 1530, come si vede
in basso.
Nel centro spicca la maestosa figura della
Santa, dalla bellezza quasi tizianesca,
che tiene nella sua mano destra la Croce
e schiaccia con un piede la testa del drago.
In questa pala il Moretto si ispira alla
sonora bellezza della pittura veneziana.
L'espressione dei Santi è profondamente
mistica, e bello è il cromatismo
del manto rosso di S. Girolamo che spicca
sulla sua veste candida e il saio grigio-perla
di S. Francesco.
Nella lunetta dell'altare Callisto Piazza
da Lodi (1500-1561) affrescò la Visitazione.
SECONDO ALTARE A DESTRA
È dedicato a S. Michele;
l'architettura, di squisita eleganza, è
del 1497.
La pala è di Pietro Rosa (1542-1619),
discepolo prediletto di Tiziano, raffigura
l'Arcangelo Michele che scaccia Lucifero
dal cielo.
Le colonne sono scolpite in scarso rilievo
con soggetti vari: San Francesco che riceve
le stimmate, S. Caterina coi simboli del
martirio, S. Lorenzo e altri motivi di derivazione
classica.
AFFRESCO DELLA PIETA’
Di un maestro del sec. XIV
è il bellissimo affresco di scuola
giottesca, raffigurante la "Pietà",
Il nero manto della Vergine, che abbraccia
il Figlio, contrasta col cereo pallore del
Cristo, che, pur nella rigidezza della morte,
conserva un'espressione di dolce abbandono.
Un semplice sarcofago fa da base alla severa
composizione, nella quale il collegarsi
delle figure plastiche, il lividore delle
luci sulle rocce bianco-verdicce, sui visi
terrei presuppongono la diretta conoscenza
nell'artista del capolavoro giottesco della
Cappella degli Scrovegni di Padova.
E difficile dire quando il nuovo linguaggio
giottesco creato a Firenze e poi diffuso
in Romagna, a Padova, a Verona e a Milano,
sia giunto anche a Brescia.
Qualcuno attribuisce l'affresco al padovano
Francesco Squarcione (1397-1474); ma più
probabilmente lo si deve ad un ignoto artista
locale del principio del secolo XIV, ispirato
alla tradizione giottesca.
Per la datazione sarà utile ricordare
il particolare della somiglianza delle aureole,
rilevate con fiorellini, che si ritrovano
anche in affreschi del battistero di Varese
del secolo XIII.
L'affresco è stato staccato dalla
parete e rimesso al suo posto nel 1967;
nello stacco è venuta alla luce anche
la sinopia dello stesso affresco.
TERZO ALTARE A DESTRA
È dedicato al francescano
San Giuseppe da Copertino (1603-1663). L'altare
è stato costruito nel 1700.
Nel mezzo dell’architrave vi è
lo stemma di Giovanni Martinengo, commissionario
dell’altare.
La pala opera di Angelo Paglia (1681-1763),
raffigurante il Santo dei voli in uno dei
suoi caratteristici estatici voli verso
la croce.
LA DISCESA DELLO SPIRITO
SANTO
Di un altare dedicato nel 1520 allo Spirito
Santo non rimane che l'affresco di Girolamo
Romanino.
Si tratta di opera ancora giovanile del
grande maestro bresciano. l fermento serpeggia
tra la folla assiepata intorno alla vergine.
L'affresco fu intonacato alla fine del Seicento,
ma riscoperto nel 1929 e restaurato da Mauro
Pellicioli; fu strappato e restaurato nuovamente
nel 1959.
QUINTO ALTARE DI SAN
FRANCESCO D’ASSISI
È dedicato al Santo titolare della
chiesa stessa.
La tela, opera del secolo XV-XVI, mostra
un'antica immagine di San Francesco d'Assisi.
Vi si legge, in alto, l'iscrizione: «Vera
et (origi)nalis effigies D(ivi) P(atris)
Francisci dum viveret a. MCCXI». Gli
angeli che incorniciano l'immagine di San
Francesco sono opera di Sante Cattaneo (1739-1819).
TEORIE DI ANGELI, SANTI
E BEATI
Situati in alto, lungo la navata destra
della Chiesa, vi sono due grandi tabelloni,
ora quasi illeggibili, formati da ordini
sovrapposti di busti di Angeli, Santi e
Beati che facevano parte probabilmente di
una composizione più estesa, la cui
struttura riporta alla solennità
della pittura bizantina.
Furono restaurati nel 1930, nel 1936 e dopo
i bombardamenti del 1943.
AFFRESCHI DELLA PARETE DESTRA
Le severe pareti primitive erano state
lasciate nella loro austera nudità
per circa mezzo secolo.
La prima decorazione pittorica, della quale
furono scoperti alcuni frammenti, non è
anteriore all’anno 1310. A destra
della porta che dà nel chiostro,
c'è un affresco raffigurante una
regina vestita di porpora che presenta due
bambini, probabilmente alla Madonna o a
S. Francesco, dietro la regina si scoprono
altri due giovinetti.
La regina raffigurata probabilmente è
S. Elisabetta, Regina d’Uno gheria,
morta nel 1231 e canonizzata nel 1235, terziaria
e patrona dell'Ordine Francescano Secolare.
Sopra la porta del Chiostro, un altro affresco
raffigura la Madonna col Bambino tra Sant'Anna
e le Sante Caterina e Apollonia. L'affresco
è attribuibile a Giovanni Bembo cremonese
(1376-1440) caposcuola di una famiglia di
pittori importanti per la pittura lombarda.
A destra della porta che dà nel
chiostro, rimane un frammento di affresco,
raffigurante S. Antonio Abate con barba
fluente e due dita levate in atto benedicente.
Procedendo a sinistra della porta che dà
nel chiostro, si trova disegnato un trittico,
raffigurante al centro la Madonna col Bambino
e ai lati due santi, dei quali solo quello
di destra, rappresentato con le bilance
e le ampolle (S. Antonino), è visibile.
Seguono due Madonne col Bambino; la seconda,
assai graziosa, è stata quasi tutta
rifatta dal restauratore.
Un altro affresco votivo, dei primi del
1400, rappresenta una Santa aureolata dal
manto rosso sul quale spicca il bianco ermellino
che le circonda il collo. Presenta alla
Vergine, seduta in trono, un guerriero inginocchiato
e con l’elmo.
Datati 1431 sono alcuni affreschi che si
trovano vicino alla porta che immette nella
sacrestia:
- S. Giorgio e la principessa
- Alla destra dell’affresco di S.
Giorgio, si vedono alcuni frammenti di un
altro affresco votivo, di carattere storico,
molto rovinato.
Forse si tratta dell’episodio della
resistenza di Brescia guelfa contro l'imperatore
Arrigo VII nel 1311. Il prode Tebaldo Brusato
che la guidava, fatto prigioniero dagli
imperiali, fu poi orribilmente ucciso, e
la città fu privata di tutte le libertà.
CAPPELLA DI SAN PIETRO
Fino al 1300 vi erano qui due cappelle
dedicate a S. Paolo e a S. Michele, trasformate
poi in unica cappella verso la fine del
1400. Tra la fine del 1500 e i primi del
1600, ebbe la definitiva sistemazione, qual'è
ancor oggi.
Del periodo barocco sono gli stucchi delle
pareti e della volta. Durante il restauro
del 1939 venne alla luce l'affresco trecentesco
di S. Pietro, che apparteneva ad una delle
cappelle primitive e che ora fa da pala
all'altare.
S. Pietro alza la destra benedicente, mentre
con la sinistra regge il vangelo e le chiavi
d'oro che gli pendono dal polso.
Al di sopra del viso aleggiano due cherubini,
recanti esilissimi fiori stilizzati.
La frontalità del santo, la posa
della mano destra, i grandi occhi fissi
mostrano reminiscenze bizantine.
Nel soffitto, affrescato da Pietro Avogadro
(1659-1737) erano rappresentati fatti della
vita di S. Pietro, perduti nel bombardamento
del 2 marzo 1945.
Rimangono però dello stesso autore
i due grandi quadri nelle pareti laterali,
raffiguranti a sinistra: Anania che cade
fulminato ai piedi di Pietro; a destra:
S. Pietro che risuscita la fanciulla Tabìta.
PRESBITERIO
PALA DEL ROMANINO
È dominato dalla Pala di Girolamo
Romanino (1486-1560). Con l'analoga pala
di S. Giustina a Padova, questa di S. Francesco
è tra le opere più celebrate
del maestro.
Siede la Vergine con il Bambino che dolcemente
guarda i Santi in assorta preghiera. Sono:
a sinistra S. Francesco d'Assisi, S. Bonaventura
e il committente, fra Francesco Sanson;
a destra: S. Antonio di Padova, San Lodovico,
vescovo di Tolosa, e S. Bernardino da Siena.
Il gruppo sfolgora nelle accese tonalità
della tunica purpurea della Vergine e nelle
deliziose sete e velluti dei santi vescovi
francescani.
La tavola (m. 3,24 x 1,93) è incorniciata
nella ricca soasa (m. 6 x 3,50) intagliata
in legno dal bresciano Stefano Lamberti
(1482-1538).
La tavola e la soasa, furono compiute intorno
a1 1510.
La pala ha la sua storia: nel 1497 il ministro
generale dei Frati Minori Conventuali Francesco
Sanson volle per la sua chiesa di S. Francesco
a Brescia una grandiosa pala dipinta da
Leonardo da Vinci, che in Milano aveva appena
finito il Cenacolo. Leonardo si assunse
l'incarico, comperò la tela necessaria,
gettò un rapido schizzo con sette
santi francescani, i due Apostoli Pietro
e Paolo e i due martiri bresciani Faustino
e Giovita. Poi il progetto fu abbandonato.
La commissione fu data, in seguito, a Girolamo
Romanino.
Sono scomparsi gli sportelli eseguiti a
tempera dallo stesso Romanino, con scene
della vita di San Francesco.
PALIOTTO DELL’ ALTARE
MAGGIORE
È una notevolissima opera in marmo
(m. 0,58 x 2) del 1480 circa, suddivisa
in tre riquadri da colonnette a candelabro;
nello scomparto centrale è scolpita
in altorilievo la Natività.
L'attribuzione è incerta.
NAVATA DI DESTRA
CORO
Pregevoli tarsie alla certosina, adornano
il coro di S. Francesco d'Assisi, fatto
costruire, come dice l'iscrizione, vergata
nel primo stallo a sinistra, da P. Francesco
Sanson nel 1493, opera, di Filippo Moroni
da Soresina.
Alcuni motivi decorativi compaiono nelle
tarsie degli armadi e nel bancone della
sacrestia, anche questi fatti eseguire da
P. Francesco Sanson. Furono restaurati nel
1913 da Luigi Arcioni.
L'ABSIDE
L'abside è poligonale; nella volta
del coro ancora goticheggiante, in cinque
spicchi, sono raffigurati, al centro, Cristo
e ai lati gli Evangelisti coi loro simboli.
Nelle quattro lunette delle pareti ci sono
quattro Padri della Chiesa, che fiancheggiano
la scena della Madonna con Bambino, tra
angeli, opera del bresciano Bembo, maestro
e compagno del Foppa.
I quattro Padri della Chiesa sono, a partire
da sinistra, S. Gerolamo, nobile figura
di vecchio, il gomito destro puntato sullo
scrittoio. Seguono S. Agostino e S. Gregorio,
che, essendo privi dei loro simboli, non
rendono facile l'identificazione. Infine
S. Ambrogio, anch'egli seduto allo scrittoio,
vestito di piviale rosso e camice bianco.
Negli spicchi della volta notiamo, da sinistra:
S. Matteo, molto rovinato, con alla sinistra
l'angelo. S. Giovanni, era privo della testa.
Al centro: Il Redentore, coperto dal manto
rosa mosso dal vento, con in mano il globo
azzurro.
S. Luca con il toro alla destra e il manto
sulle spalle in atto di scrivere sopra un
foglio sulle ginocchia; e infine S. Marco
con il manto verde e il leone alla sua sinistra.
Gli affreschi della volta, opera del Romanino,
furono visibili fino a quando Vantini non
diede forma neoclassica alla Chiesa e solo
nel 1920 vennero rimessi in luce. La loro
datazione può collocarsi tra il 1520-1525.
CAPPELLA DI S. ANTONIO
Risulta anch'essa dalle due preesistenti,
dedicate a S. Francesco d'Assisi e a S.
Antonio di Padova.
Sull'altare la pala di Angelo Paglia: il
Santo in preghiera mentre gli appare il
Bambino Gesù. Fu restaurata nel 1937
da Angelo Sala.
Sulla parete sinistra della cappella restano
due tele ex-voto di Pietro Ricchi detto
il Lucchese (1606-1675); una col ritratto
dei signori Moroni che ringraziano il Santo
per il miracolo avvenuto a Brescia; la scena
che continua nella seconda tela dove si
vede la Madonna che indica la via del ritorno
al figlio.
Sulle pareti ci sono, due delle migliori
tele di Francesco Maffei (1625-1660), vicentino,
che rappresenta uno dei tanti miracoli,
attribuiti a S. Antonio di Padova; vi si
notano influssi del Greco e del Caravaggio.
Nei restauri del 1938 vennero alla luce
alcuni affreschi dai colori vivaci che si
riferivano, probabilmente, ad episodi miracolosi
di S. Antonio.
PRIMA CAPPELLA A SINISTRA,
S. MASSIMILIANO KOLBE
Anche tutta la parete di sinistra, come
quella di destra, era affrescata fino al
1400, quando venne demolita per la costruzione
delle sette cappelle laterali.
In origine questa cappella, fatta costruire
dai conti Martinengo Villachiara, era dedicata
a S. Lodovico; l’ingresso mostra elementi
cari al Rinascimento, con arco, festoni
di fiori e frutti. L’altare era dedicato
a S. Orsola, come si vede dal bell’intarsio
di marmi policromi al centro dello stesso,
opera del ‘700.
Sopra l'altare collocato il trittico di
Girardi Adriana, dedicato a san Massimiliano
Kolbe e ispirato da un suo detto:L'odio
distrugge, l'amore crea. È opera
del 1986.
A sinistra figura una lapide funeraria in
memoria del francescano Fra Pietro Baiamonte
accolto nell'Ordine fancescano dallo stesso
S. Francesco.
A destra vi è collocato l'affresco
della pietà. Staccato da una cappella
privata di una dimora signorile, in contrada
Carmine, e donato alla chiesa nel 1919,
pone molti problemi di attribuzione che
vanno dal Romanino a Francesco di Prato
da Caravaggio, seguace del Romanino.
Sulla stessa parete affiorano frammenti
di affreschi, probabilmente di Camillo Rama,
allievo di Palma il Giovane, coperti nel
1839.
L'architettura della cappella è attribuita
allo Zurlengo: fino al 1811 vi era esposta
una pala del Romanino raffigurante la Vergine
in trono col Bambino e i Santi Lodovico
e Rocco, donata dal Viceré austriaco
ai Conti Lechi, i quali la cedettero all'Accademia
di Berlino, dove si trovava fino al 1945,
quando fu distrutta da un bombardamento
aereo.
Gli affreschi del sec. XIV, collocati in
questa cappella dopo il loro restauro del
1967, erano prima nella parete destra, tra
il secondo e il terzo altare, e si rifanno
alla corrente tosco-padovana che fa capo
a Giusto dei Menabuoi ed ad Avanzo. I riquadri,
di formato ridotto, divisi da fasce bianche
e rosse, con scritte gotiche, sembrano derivati
da altri affreschi o da miniature.
Mostrano una composta semplicità
nell’architettura ridotta al minimo,
per suggerire gli interni, in cui si svolgono
le scene, derivate dai vangeli apocrifi.
Le figure bene raggruppate, ma piuttosto
tozze, hanno però un forte senso
plastico nel panneggio ampio a pieghe fortemente
rilevate.
In occasione della canonizzazione del francescano
conventuale S. Massimiliano Maria Kolbe
nel 1982 venne a lui dedicata questa cappella,
nella quale fu collocata la tavola del pittore
Renato Laffranchi (1982).
CAPPELLA DEL SACRO CUORE
È detta anche cappella Brunelli,
dalla nobile famiglia che la fece edificare
e di cui resta il sarcofago a sinistra.
In origine fu dedicata a S. Maria Maddalena.
Lo stemma gentilizio è opera di uno
scultore bresciano del 1500.
Gli affreschi sono del 1600 e 1700, mentre
la cupola è decorata con prospettive
illusionistiche.
Nella parete sinistra, di fronte al sarcofago
di Gaspare Brunelli, che volle nel 1494
rendere più spaziosa la cappella,
è posta la tela ad olio di Pietro
M. Bagnadore raffigurante la strage degli
innocenti.
Di questo pittore di Orzinuovi (BS) (1550-1620)
rimangono quadri ed affreschi mediocri,
mentre è più ricordata la
sua opera di architetto, come si può
vedere nelle linee delle chiese bresciane
di S. Afra e della Madonna del Uno.
CAPPELLA DI S. ANGELA MERICI
Questa cappella, della famiglia dei Calzavellia
(1500), di cui restano le lapidi funerarie
nel pavimento, ripete architettonicamente
quella precedente della famiglia Brunelli.
Fu dedicata a S. Margherita martire, il
cui quadro del Moretto, ora a destra dell'ingresso
della chiesa, campeggiava nel centro.
Nel 1819 già esisteva un altare dedicato
a S. Angela Merici (1474-1540), fondatrice
delle Suore Orsoline.
Il quadro rappresenta la santa col bastone
di pellegrina e in abito di terziaria francescana.
Nel settembre 1883 Luigi Campini affrescò
le due lunette e la cupoletta con le quattro
virtù cardinali.
CAPPELLA DELL'IMMACOLATA
Fu costruita nel 1477 dall'architetto Antonio
Zurlengo e decorata dal trevigliese Bernardino
Zenale.
Per la peste del 1630 una mano di calce
ricoprì tutti gli affreschi e fu
ridipinta nel 1700, con perdita anche della
primitiva architettura, rimasta invece ben
conservata all'esterno.
La cappella colpisce per il fasto abbondante,
a cominciare dalla deliziosa balaustra in
marmi variati e dall'ottima composizione
scultorea.
Sull'altare campeggia la pala (m. 4,60 x
2, 15) di Grazio Cossali, un pittore di
Orzinuovi (1563-1629), tra i più
rappresentativi del ‘600 bresciano,
con spiccato senso coloristico. È
firmata e datata nel 1603.
Nel 1737 il milanese G. Battista Sassi (1680-1750),
per intonare la pala al concetto unitario
degli affreschi, aggiunse in alto le figure
dell'Eterno Padre e dello Spirito Santo,
mentre nelle architetture, affrescate dai
lombardi Giacomo Lechi ed Eugenio Ricci,
sempre il Sassi e Antonio Cucchi dipinsero
le storie di Ester e di Giuditta e, nei
pennacchi, le figure di Profeti e di Evangelisti.
Il lavoro migliore del Sassi è quello
della cupola, dove sviluppa la profezia
della Redenzione con figure del Vecchio
Testamento e simboli cristiani.
Opera notevole sono gli stalli intarsiati
dai fratelli Benedetto e Battista Virchi
(1548-1553), discepoli di Fra Damiano da
Bergamo.
CAPPELLA DELLA SS.MA TRINITÀ
L'architettura della cappella è
opera dello Zurlengo e di Filippo di Caravaggio.
Nell'interno nulla più è rimasto
delle antiche strutture e quanto ora si
vede è del 1700 ad eccezione dell'antica
pietra dell'altare e delle lapidi del pavimento
che vi sono state collocate durante i restauri
de11952.
Nel 1783 Giuseppe Tortelli da Chiari dipinse
la pala dell’altare che mostra al
centro l'Eterno Padre che con ampio gesto
benedice il Figlio, il quale tiene sulla
destra la Croce e con la sinistra indica,
verso il basso, un globo terrestre sostenuto
da angeli.
Nell'alto lo Spirito Santo in forma di colomba
irradia luce.
CAPPELLA DEL CROCIFISSO
Degli stessi autori, lo Zurlengo e Filippo
da Caravaggio, è l'archi- tettura
della cappella del Crocifisso, in precedenza
dedicata a S. Bonaventura.
Pietro Marone (1548-1625) ne aveva dipinto
la pala, ora perduta, in cui erano raffigurati,
con la Vergine e il Bambino, S. Giovanni
Battista, S. Francesco, S. Bonaventura e
S. Bernardino.
Nel 1700 vi fu trasportata questa tavola
trecentesca (m. 4, 10 X 2,60) e da allora
la cappella fu dedicata al Crocifisso.
L'opera è degli inizi del trecento,
rarissimo esempio di dipinti lombardi su
tavola ed è di notevole qualità.
Il Cristo morto reclina il capo quasi in
ascolto delle preghiere dell'umanità;
dal costato e dalle mani zampilla il sangue
di un rosso prezioso.
Non è il Crocifisso glorioso dell’arte
bizantina ma il Cristo Redentore nell'abbandono
della morte.
La tavola è tagliata in forma di
croce, ai cui margini era stata applicata
una leggera cornice con fregi barocchi.
La soasa è del 1600.
CAPPELLA DI S. GIUSEPPE
Fu fatta edificare dalla corporazione artigianale
"dei marangoni", in onore di S.
Giuseppe operaio, suo patrono, nel 1400.
È opera degli stessi architetti delle
precedenti cappelle e fu molto rimaneggiata
tra il 1600 e il 1700.
Più tardi vi fu collocata la bella
pala raffigurante lo Sposalizio della Vergine
con S. Giuseppe.
È un dipinto a olio su tavola (m.
2,71 x 1,93) opera del pittore Francesco
di Prato da Caravaggio, che qualcuno dice
forse discepolo del Romanino.
Sulla parete destra vi è un grande
quadro con l'Adorazione dei Magi di Gian
Giacomo Cappello (1669-1741).
CAPPELLA DI FRA GIACOMO
Il Servo di Dio fra Giacomo Bulgaro morì
la sera del 27 gennaio 1967 nel convento
San Francesco di Brescia e fu sepolto nel
cimitero cittadino.
La crescente fama di santità e la
scoperta del suo diario, un vero scrigno
di spiritualità mistica, indussero
il vescovo di Brescia, mons. Bruno Foresti,
a istituire un’inchiesta per l’avvio
della causa di canonizzazione. Il processo
diocesano, aperto il 17 novembre 1989, si
concluse felicemente il 22 marzo 1991 e
fra Giacomo fu annoverato nell’albo
dei Servi di Dio.
Gia nell’ottobre del 1979 il parroco
di Corticelle Pieve, don Ettore Capitanio,
aveva domandato di poter trasferire le spoglie
di fra Giacomo dal cimitero cittadino alla
chiesa del suo paese natale. Il P. Provinciale,
a cui si era rivolto, aveva risposto che
sarebbe stato più opportuno seppellire
il Servo di Dio nella chiesa di San Francesco,
a Brescia. Nei 1985 il P. Provinciale si
rivolse alla Curia vescovile per poter avviare
le pratiche necessarie alla traslazione
di fra Giacomo.
Concluso il processo canonico diocesano,
nel 1991 il vescovo concesse il benestare
al seppellimento di fra Giacomo in una austera
cappella del Duecento, un tempo dedicata
alla Madonna e denominata "cappella
della Madonnetta". Subito i frati indirizzarono
le necessarie richieste al Prefetto e al
Sindaco della città. Il sindaco di
allora, Giovanni Boninsegna, dichiarò
che riteneva opportuno "accogliere
ed appoggiare tale istanza a favore di un
Servo di Dio e di un Cittadino che, pure
in silenzio e con grande umiltà,
fu una figura di grande spicco non solo
spirituale, ma anche per il valido contributo
dato al tessuto sociale della città
con la sua lunga, operosa vita dedicata
interamente al bene dei più bisognosi
ed emarginati". In calce alla lettera,
aggiunse: "Questo, e anche di più,
bisogna fare per questo Servo di Dio".
Il carteggio fu poi inviato al Ministero
della Sanità che il 10 marzo 1993
autorizzò la tumulazione di fra Giacomo
nell’antica cappella attigua alla
chiesa di San Francesco.
Il 27 e 28 aprile 1994 una folla di cittadini
accompagnò l’estumulazione
di fra Giacomo nel cimitero vantiniano,
il ritorno del suo corpo a Corticelle Pieve
e il seppellimento nella nuova tomba in
San Francesco di Brescia.
L’architetto Mario Dioni progettò
il sobrio sepolcro del Servo di Dio e curò
il restauro della cappella nella quale,
in occasione d’una nuova ripulitura
nel 2000, vennero alla luce gustosi frammenti
di un drappeggio pittorico trecentesco.
Fu restaurato anche il vigoroso Cristo Risorto,
affresco ora attribuito al Romanino.
In tale cappella la sera del 28 ottobre
1928 il calzolaio Giacomo Bulgaro aveva
incontrato il Ministro Generale dei francescani,
in visita a Brescia, e trepidante gli aveva
presentato la domanda di farsi frate. Il
p. Generale accettò in prova quel
cinquantenne che poi, per altri 38 anni,
portò il saio vivendo santamente
nello spirito del Poverello di Assisi.
L’espressivo ritratto di fra Giacomo
è opera di Pietro Galanti, datata
1970; la Madonna, copia dell’affresco
conservato nel santuario della Pieve a Corticelle,
è opera di Giorgio Manenti.
La tomba di fra Giacomo, meta di incessante
e raccolto pellegrinaggio, è visitata
da più di 100.000 persone all’anno.
SACRESTIA
Nel 1509 frate Giacomino da Botticino,
forse erede di una ricca famiglia, volle
edificare una nuova sacrestia, come testimonia
l'iscrizione sulla porta d’entrata.
Prima infatti la sacrestia occupava soltanto
la prima metà dell'attuale e vi si
accedeva da una porta, di cui rimane l’arco
murato sulla parete della cappella di fra
Giacomo.
Nel soffitto spiccano tre medaglioni con
l’effigie di S. Antonio, S. Bernardino
e lo stemma francescano delle braccia incrociate
di Cristo e di S. Francesco.
La seconda parte della sacrestia è
occupata sui tre lati dai preziosi intarsi
di Filippo Morari da Soresina, al quale
fra’ Giacomino da Botticino aveva
commesso la decorazione della sacrestia
e che l’autore completò nel
1511.
Nei numerosi riquadri degli schienali il
Morari diede saggio della sua valentia,
della genialità della sua ispirazione
e della finezza di lavoro.
In fondo alla sacrestia servono come paliotto
dell’altare delle reliquie due formelle
intarsiate, raffiguranti S. Francesco e
S. Chiara d'Assisi, del secolo XVI, tolte
forse da altra parte e qui adattate.
Nella parete destra campeggia un’anconetta
con la Vergine ed il Bambino, dipinto ad
olio su tavola di elegante e delicata fattura,
attribuita a Bartolomeo Veneto, discepolo
del Giambellino, la cui probabile firma
è incisa in basso alla colonnetta
di sinistra.
Nella parete nord campeggia il grande Crocifisso
ligneo del ‘600, di buona fattura,
di autore ignoto.
CHIOSTRINO DELLA MADONNA
Le pareti del chiostrino un tempo erano
tutte dipinte con opere che andavano dal
primo trecento alla seconda metà
del cinquecento.
Dopo gli ultimi restauri, sono apparsi sotto
l’intonaco motivi ornamentali e fregi
quali si ritrovano nella sala capitolare;
più tarde sono le decorazioni nelle
lunette delle volte, opera di Pietro Marone
(n. 1548) con storie di miracoli di S. Antonio
di Padova. Solo la fantasia ci permette
di immaginare l'insieme di suggestione che
l'architettura e pittura ottenevano in questo
angolo di Paradiso.
IL CAMPANILE
Fu eretto verso la fine del secolo XIII.
È costruito in pietra di Botticino;
al primo piano mostra bifore a tutto sesto
perfettamente romaniche, mentre nella cella
campanaria le bifore sono più larghe,
a sesto acuto con trafori geometrici.
Il campanile aveva subito una prima ricostruzione
dopo l’incendio del 1646; fu ancora
ricostruito, dalla cella campanaria in su,
dopo i danni subiti nel bombardamento del
2 marzo 1945.
CHIOSTRO
Del primitivo chiostro duecentesco non
è rimasto nessun vestigio; l'attuale
chiostro ne ha preso il posto.
L'iscrizione incisa nella colonna d'angolo
nord-est ci dice il nome dell'autore e la
data di costruzione: si tratta del maestro
comacino Guglielmo Frizzoni da Campione,
figlio del maestro Marco Frizzoni, che fu
uno dei primi architetti del Duomo di Milano
tra il 1386-1387.
Il chiostro in cotto e pietra, in puro stile
gotico-lombardo, è di una eleganza
squisita. Fu ultimato nel 1393.
È formato da diciassette arcatelle
ai lati est-ovest e da sedici arcatelle
ai lati nord-sud.
Le arcatelle, a sesto acuto, poggiano su
colonnine di marmo rosso di Verona, poggianti
su plinti quadrati che sorreggono la base
circolare delle colonne con foglie protezionali
agli angoli.
Un ricco cornicione con dentelli di sega
alternati, mensoline rettangolari, cordonature
e listelli, conclude e dà unità
alla costruzione che, verso l’interno,
precedentemente aveva una copertura di capriate
a vista, ma che nel 1485 dallo Zurlengo
fu portata alle condizioni di volte a vela
come si vede oggi.
La calda nota cromatica del rosso e la continua
vibrazione chiaroscurale sulle colonne ne
fanno un’opera straordinariamente
viva.
LA CROCE DELLE STIMMATE
XVI Secolo; larg. m. 1,05; alt. m. 1,52
Dal tesoro della chiesa, costituito da
paramenti finissimi, ricamati in oro e argento,
da vasi sacri e dalle croci d'altare cesellate
in argento, è rimasta per miracolo
questa imponente croce del XVI secolo, sottratta
ai saccheggi subiti nel tempo dalla chiesa.
La croce, di lamina d’argento con
dorature, è tutta uno splendore di
busti e di statuette a basso e alto rilievo,
di medaglioni incisi, contornati da eleganti
cornici con sfondi a smalto policromi.
La faccia anteriore porta al centro il Crocifisso.
A destra il busto di S. Bonaventura, a sinistra
quello di S. Ludovico, in alto il simbolico
Pellicano e in basso S. Maria Maddalena.
Ai fianchi, sopra due supporti in forma
di cornucopia rovesciata, si ergono due
statuette: la Vergine Madre e S. Giovanni
Evangelista.
Sulla parte posteriore vi è S. Francesco
genuflesso che riceve le Stimmate; a destra
il busto di S. Antonio e a sinistra di S.
Pietro Martire; in alto S. Bernardino da
Siena e sotto S. Chiara.
Nelle placchette, quattro sul davanti e
cinque sulla faccia posteriore, sono rappresentate
la Risurrezione, la Condanna, Veronica col
Sudario, la Crocifissione, l’Incoronazione
di Spine, Gesù davanti a Pilato,
l'Ecce Homo, la Flagellazione, la salita
al Calvario.
Nel retro del crocifisso c’è
la firma dell’autore, Giovanni Francesco
dalle croci e la data 1501.
|















|