|
Ogni sera il superiore del convento, p. Carlo Varotto, riuniva nella sua camera
i religiosi fratelli per una conversazione
spirituale e per la benedizione. Una volta
disse:
- Se adesso io comandassi a uno di voi di
non andare a letto, ma di partire a piedi
per Roma, partireste?
- Io no!, sbottò il più vivace.
- E io sì!, rispose pronto fra Giacomo.
- Ma non vede che dice per scherzo?, osservò
un altro.
- Io sto al comando e parto. Se il superiore
ha detto per scherzo, allora mi chiamerà
indietro.
P. Giustino Carpin, per lunghi anni superiore
del convento francescano di Brescia, testimoniò
quanto segue. Una sera aveva fissato in
convento un appuntamento con un politico
locale. "Nel timore che l'onorevole
dovesse aspettare alla porta, dissi a fra
Giacomo: "Fate il favore di trovarvi
nella portineria verso le venti e quarantacinque,
perché deve venire a trovarmi una
persona importante". Ma quella sera
il deputato non arrivò. "Verso
le ventitrè e trenta stavo recandomi
a letto, quando mi venne il dubbio che fra
Giacomo fosse ancora alla porta ad aspettare.
Scesi subito in portineria e trovai fra
Giacomo che aspettava, passeggiando e pregando.
P. Andrea Eccher, ministro provinciale
dal 1940 al 1952, descrisse quanto segue.
"Nelle mie numerose visite al convento
di Brescia, non mancavo di fare visita a
fra Giacomo. In un certo periodo il suo
cuore aveva delle forti aritmie e altri
disturbi che non gli permettevano di dormire
durante la notte. Conoscendo il suo spirito
di obbedienza, una sera gli dissi: "Fra
Giacomo, dica al suo cuore di calmarsi e
di lasciarla dormire". Con tutta semplicità
egli prese alla lettera il mio comando e
ripetè al suo cuore quanto io gli
avevo detto. Incontrandolo al mattino, gli
chiesi: "Fra Giacomo, come ha passato
la notte?". Ed egli: "Bene, Padre
provinciale, ho dormito tutta la notte,
secondo il suo comando".
Nel 1951 p. Sisto Ceccato era superiore
del convento. Un giorno gli giunse la notizia
che suo fratello Pietro, padre di sette
figli, era stato investito dal treno e ricoverato
in ospedale in condizioni disperate. Ne
parlò con fra Giacomo, che con tono
sicuro gli disse: "Vada a trovare suo
fartello, ma stia tranquillo perché
presto guarirà e troverà una
sistemazione migliore nel lavoro".
Così poi avvenne.
Una mattina, sceso presto in chiesa per
la preghiera, fra Giacomo s'accorse che
la lampada del Santissimo era spenta. Cercò
un fiammero, ma non lo trovò. Salì
le scale del convento per domandare al frate
sacrestano dove tenesse la scatola dei fiammiferi.
Il frate dormiva; sottovoce lo chiamò
un paio di volte e poi decise di tornare
in chiesa. Arrivato all'altare, vide che
la lampada ardeva luminosa accanto al tabernacolo.
Commosso, s'inginocchiò e adorò.
Nella sua deposizione al processo diocesano
di Brescia, suor Maria Valeriana Corradini
raccontò un episodio che le era stato
riferito da Carmela Zorro, mamma di due
frati. Nel corso di una malattia, la signora
Carmela era stata ospitata nel convento
di Camposampiero per essere assistita dal
figlio, p. Salvatore. Questi un giorno diede
alla mamma una biografia di p. Leopoldo
Mandic. Letto il libro, Carmela disse a
suor Valeriana: “Madre, nel leggere
la vita di Padre Leopoldo, ho il presentimento
che anche fra Giacomo diventerà santo
come lui”. L’aveva conosciuto
a Brescia quando andava a trovare il figlio
Salvatore, studente di liceo. Una volta
vi si era recata portando con sé
anche il figlio minore, Mario, molto vivace.
Accolta da fra Giacomo in portineria, gli
aveva chiesto di pregare per il piccolo
biricchino. “Signora, stia tranquilla
- disse fra Giacomo, mettendo la sua mano
sulla testa del bambino - anche questo morettino
si farà fratino!”. E così
avvenne.
”Planetta si
pente”. In margine al caso Dollfuss.
Nel 1933 fra Giacomo, per ordine del suo
confessore, cominciò a scrivere la
storia della sua vita. Scriveva nella portineria
del convento, occupando l’ora calma
del primo pomeriggio. Nell’estate
dell’anno seguente stava descrivendo
nel diario il giorno della sua professione
religiosa, avvenuta il 23 agosto del 1931.
Di quella festa ricordava bene i sentimenti
provati e li stava evocando, quando improvvisamente
accadde qualcosa di importante. Nel quaderno
del diario la narrazione viene interrotta
per lasciare spazio a quanto segue: “In
questo istante il mio cuore esulta di un
gaudio ineffabile, gaudio che non posso
descrivere in totalità: il mio divino
Signore Gesù ha esaudito la mia umile
preghiera!”.
Era arrivato il postino ed aveva portato,
come ogni giorno, anche L’Osservatore
Romano sul quale, in prima pagina, campeggiava
il titolo: “Planetta si pente”.
Nel diario di fra Giacomo la vicenda di
Planetta è ripetuta anche in un quaderno
del 1939, è cioè ribadita
come un segno spirituale che per lui ebbe
grande significato. Fatte debite ricerche,
rese difficili dal fatto che fra Giacomo
allora non registrava nessuna data, siamo
in grado di chiarire la commozione provata
dal Servo di Dio alla vista del giornale
vaticano del 2 agosto 1934.
“Udii l’atroce delitto commesso
nella vicina nazione”: così
comincia il testo di fra Giacomo. Si tratta
dell’assassinio del cancelliere austriaco
Engelbert Dollfuss, che nel 1933 aveva messo
al bando il partito nazionalsocialista.
Ma i nazisti austriaci continuavano ad agire
nella clandestinità e si rendevano
presenti sulla scena politica con una serie
di attentati che, alla fine di luglio del
1934, culminarono nell’ assassinio
del cancelliere stesso. Un drappello di
nazisti, guidati da Francesco Holzweber
e da Otto Planetta, fece irruzione nel palazzo
del governo, cercò e inseguì
il cancelliere. Quando fu preso, Planetta
gli sparò due volte con odio mortale,
considerandolo l’esponente massimo
della politica che penalizzava il nazismo,
come ebbe poi ad affermare nel processo
che seguì. Il 28 luglio si celebrarono
i funerali di Dollfuss, alla presenza di
un milione di austriaci. Nel pomeriggio
del 30 luglio la Corte marziale di Vienna
processò i cospiratori e comminò
la pena di morte a Holzweber e a Planetta
che, dopo poche ore, vennero impiccati.
Nel frattempo a Brescia avveniva quanto
fra Giacomo racconta. La sua prima reazione
alla notizia dell’attentato fu di
preghiera a suffragio della vittima, ma
poi il suo cuore fu toccato dalla sorte
che gli assassini avrebbero avuto davanti
al giudizio di Dio. Si rivolse con insistenza
alla Madonna, supplicandola che quei miseri
rientrassero in sé e si pentissero
del male fatto. Quando a fra Giacomo giunse
notizia della loro condanna a morte, moltiplicò
la preghiera: “Signore, voi siete
morto per tutti: anche per questi siete
pur morto!. Signore mio Dio, che cosa date
a chi vi riceve nella Santa Comunione con
tutto il fervore dell’anima sua? Gli
date la vostra stessa potenza, sapienza,
bontà, gli date Voi stesso. Se ti
domando qualcosa appena comunicato, sei
Tu che domandi!”.
Il diario ci fa intendere che fra Giacomo
pregò molto per la conversione dei
due malfattori. E infine: “Arrivando
l’Osservatore Romano al padre superiore,
vidi in prima pagina a caratteri grandi
queste parole: Planetta si pente. Il divino
mio Signore Gesù esaudì l’umile
mia preghiera. Lagrime di consolazione caddero
dai miei occhi. Era la prima pecorella che
conducevo a Gesù!”.
Concluso il dibattimento processuale, Otto
Planetta aveva domandato la parola per chiedere
perdono di quanto aveva fatto e per pregare
la vedova del Cancelliere di volerlo perdonare.
Poi trascorse alcune ore nella solitudine
della cella: solo Dio conosce i ragionamenti
finali di quell’uomo che fra Giacomo
definisce la prima delle pecorelle da lui
sospinte nelle braccia del Buon Pastore.
|
|